Osservando la fidanzata parrucchiera che ogni giorno è costretta a buttare montagne di capelli tagliati, Mariano ha un’intuizione: perché non sfruttare quello spreco per creare un feltro naturale? Il capello scartato ha ottime proprietà di estendibilità, resistenza, assorbimento, igroscopicità. E una disponibilità praticamente infinita a costi minimi e impatto zero. Questo lo rende una risorsa ideale per creare, ad esempio, pannelli isolanti per la bioedilizia. L’idea è buona, ma il giovane imprenditore campano non sa come metterla in pratica. Fino a quando non partecipa a un Bar Camp, palestra d’idee organizzata da ItaliaCamp, associazione che sostiene l’innovazione sociale collegando chi ha progetti interessanti con quanti hanno la forza economica, culturale e politica di realizzarli.

“Durante questi incontri le idee vengono discusse e messe alla prova”, dice Antonio De Napoli, presidente dell’associazione ItaliaCamp. “Le migliori sono selezionate e messe nella condizione di crescere. Nel caso di Mariano – all’interno del nostro progetto WeSTartChallenge - abbiamo studiato un percorso di accompagnamento aiutandolo a scrivere il piano economico e a impostare la campagna per reperire i fondi”.

ItaliaCamp nasce sei anni fa da un gruppo di amici uniti da una convinzione: in Italia c’è tanta voglia di mettersi in gioco ma spesso mancano gli strumenti e le connessioni. Da qui il bisogno di creare un’associazione di volontari per raccogliere le idee dal territorio e facilitarne la realizzazione, mettendo in contatto realtà diverse. Da allora l’organizzazione ha indetto diversi concorsi d’idee con giurie miste: universitari, imprenditori, membri delle istituzioni e della società civile, incaricati di selezionare i progetti su cui puntare. Un modello per far ripartire il paese con una spinta dal basso.

“E’ un modo per dare la possibilità a chiunque di esporre la propria idea, avendo come unico limite il tempo e la qualità stessa dell’idea”.

Ad oggi, il successo più clamoroso di Italia Camp a livello nazionale è l’ideazione della Srls a 1 euro, con migliaia d’imprese aperte negli ultimi tre anni. Quell’iniziativa fu fra le dieci selezionate nella prima edizione del concorso d’idee per innovare l’Italia. Ma ci sono altri esempi di progetti locali che hanno fatto la differenza per le comunità in cui sono sorti. Nel quartiere romano di Centocelle, ad esempio, ItaliaCamp ha promosso la creazione de L’Alveare, spazio di coworking con postazioni nido diventato un punto di riferimento per i freelance della zona. L’organizzazione ha semplicemente messo in comunicazione tutti gli attori coinvolti nel progetto: la Onlus che ha avuto l’idea, l’istituto di credito che l’ha finanziata e la pubblica amministrazione che ha fornito lo spazio.

“L’associazione mira a implementare idee per migliorare il Paese da un punto di vista sia economico che sociale, individuando i bisogni più condivisi e promuovendo uno spostamento da una leadership individuale a una più collettiva”, sottolinea De Napoli.


 

Rispetto agli inizi, oggi l’associazione ItaliaCamp sta evolvendo verso un modello meno orientato a organizzare concorsi d’idee e più rivolto a fare rete, creando infrastrutture per alimentare il processo di elaborazione delle idee, ad esempio un progetto per insegnare la programmazione di computer nelle scuole e un altro per mettere in contatto fra loro i giovani innovatori sociali italiani. E sta puntando molto sull’educazione, producendo ricerche e studi di varia natura, come quello realizzato in collaborazione con un noto istituto di credito con Fondazione Cariplo sull’Impact Investing, strumento che punta a investire in settori tradizionalmente affidati al pubblico o alle non-profit come la sanità, il welfare, la cura degli anziani o l’housing sociale.

“Questa forma di finanziamento in Italia funziona ancora poco soprattutto per la mancanza d’abitudine a investire nell’innovazione sociale, un settore che risponde a logiche diverse e richiede più tempo per dare un ritorno economico rispetto agli investimenti fatti in società commerciali. Bisogna creare una cultura civica basata sulla consapevolezza che investire denaro può produrre un vero cambiamento nel tessuto sociale”.

A maggior ragione, in un momento in cui le campagne di crowdfunding, spinte dal tamtam dei social network, consentono di recuperare risorse e sostituire la solidarietà dei singoli alla scarsità degli investimenti istituzionali e ai tagli dei finanziamenti pubblici.

“Il finanziamento collettivo a scopo civico è molto utile: sapendo cogliere i bisogni più vicini alla gente e comunicare bene un progetto, le persone rispondono mettendo volentieri mano al portafogli. I sindaci, ad esempio, dovrebbero poterlo utilizzare su temi come le eccedenze alimentari, gli orti urbani, il riutilizzo spazi dismessi o la creazione di banche del tempo”.

Se gestito correttamente, assicura De Napoli, il crowdfunding consente a chi partecipa di controllare in tempo reale l’avanzamento del progetto, garantendo trasparenza. Per riuscire, però, una campagna deve mantenere alta l’attenzione per mesi sia in rete che sul territorio, con incontri per spiegare l’importanza della causa e dell’investimento a suo favore. 

“La prossimità con il territorio e il coinvolgimento sono fondamentali: chi finanzia deve sentirsi partecipe e utile a una causa comune”.