Bebe Vio ti spiazza con la naturalezza dei suoi gesti.

“Dammi un cinque!”, esclama quando le suggerisco una parola che le sfugge durante la nostra chiacchierata. Resto un attimo basito prima di battere il mio palmo sulla sua protesi di plastica. La campionessa paralimpica è una bomba di energia positiva che ti travolge col sorriso e le battute spontanee.

Ci siamo appena seduti quando arriva l’ennesimo fan in cerca di un selfie. Bebe accetta e si scusa addirittura di non poter alzarsi. L’ultima ora l’ha trascorsa parlando in piedi a un festival sulla bellezza. Gli organizzatori avevano ovviamente previsto una sedia per farla stare comoda. Ma, dopo i primi minuti, Bebe ha preferito rimettersi in piedi.

“Son senza le gambe, lo sapete, no? – ha scherzato col pubblico – però così almeno mi potete vedere…”.

“Fa male stare ferma per tanto tempo sulle protesi”, mi confessa ora che siamo finalmente seduti. “Ma piuttosto che vedere le persone che allungano il collo per cercare il mio sguardo ho preferito alzami”.

La schermitrice diciannovenne è una che ama spendersi per gli altri. In tutte le forme. E’ reduce da un anno incredibile dal punto di vista sportivo: a settembre 2015 ha conquistato il titolo mondiale del fioretto individuale e dodici mesi dopo ha vinto l’oro a Rio nella stessa specialità confermandosi la migliore al mondo, oltre che l’unica a tirare di scherma con una protesi al posto della mano armata. Ma quando le chiedo del ricordo più bello dell’esperienza olimpica, mi risponde senza esitazione: “Il bronzo vinto con la squadra. Se ripenso a Rio, ricordo l’abbraccio finale di noi tre con gli allenatori, tutti a piangere e a ballare insieme la tarantella. L’oro individuale è stato una soddisfazione, ma vincere con una squadra è la cosa più bella”.

D’altronde Bebe, al secolo Beatrice Maria, è abituata a giocare di squadra. Se le chiedo come ha fatto a superare la meningite che l’ha inchiodata 104 giorni in ospedale quando aveva 11 anni, uscendo a testa alta dalla sfida con la malattia che l’ha privata di gambe e braccia, lei risponde che è stato grazie all’aiuto della squadra più intima che c’è.

“Credo tantissimo nella famiglia: tu devi a loro e loro devono a te. Senza non sarei niente. Dà una forza incredibile che ti permette di arrivare ovunque”.

Stessa cosa vale nello sport, dove Bebe si è creata una squadra fatta di compagni, allenatori e mentori con cui costruire i suoi successi.

“Mi piace esser parte di più squadre, a casa, in palestra, a scuola. Anche per questo ho creato un’associazione per distribuire protesi a ragazzi disabili che vogliono fare sport (http://www.art4sport.org). Mamma Teresa è presidente e papà Ruggero il factotum. Ora siamo in 20 atleti, dai 6 anni ai 21 anni. I ragazzi spesso arrivano in associazione che si vergognano delle loro disabilità, poi piano, piano imparano ad andarne fieri”.

Le protesi sportive sono piuttosto costose, perché fatte praticamente su misura: ogni disciplina ne richiede una particolare e ci sono centinaia di tipologie di disabilità. Senza contare che ognuno ha bisogno anche di protesi diverse per la vita di tutti i giorni.

“Io ho le gambe da giorno, da sera col tacco, da sport, da mare. Non vedo l’ora di comprarne un paio nuovo e postare la foto. Una cosa che mi ha insegnato la malattia è a non lamentarmi delle boiate perché la vita è bellissima”.

Un’altra cosa che la malattia ha insegnato a Bebe è che le cose impossibili non esistono. Lezione che ha messo in pratica durante una recente visita negli Stati Uniti, in occasione della cena di gala per l’incontro del premier Matteo Renzi con il presidente Obama, a cui ha partecipato in rappresentanza dello sport italiano insieme ad altri ospiti d’onore. Gli invitati erano circa 400, riuniti in una grande sala della Casa Bianca. Per questioni di sicurezza, il protocollo era rigidissimo: i posti rigorosamente assegnati e nessuno poteva alzarsi da tavola, se non per andare in bagno.

“Mi piace fare i selfie con tutti quelli che ho la fortuna d’incontrare. Non potevo non provarci anche con Obama”.

A un certo punto della cena, Bebe prende coraggio e si alza da tavola. Di colpo si sente decine di occhi puntati addosso.

“Alla Casa Bianca la metà di quelli che servono non sono camerieri ma agenti segreti”.

Mentre questi si avvicinano per decifrare le sue intenzioni, cercando di non allarmare gli ospiti, l’atleta continua imperterrita a camminare verso il tavolo di onore dove siede il presidente. Un attimo prima di essere bloccata, Agnese Landini, la moglie di Renzi, le viene in soccorso alzando lo sguardo e facendole cenno d’avvicinarsi al tavolo. E’ seduta di fianco a Obama, che però parla con altri commensali senza accorgersi. A quel punto, gli agenti di sicurezza sono costretti loro malgrado a lasciarla avvicinare, ma si schierano a breve distanza, pronti a intervenire. Bebe scambia due chiacchiere con la nostra first lady quando finalmente Obama alza gli occhi.

“Mi ha salutato e mi ha chiesto come andava la cena. Gli ho domandato se potevamo fare un selfie ma mi ha risposto: I’m sorry, it’s impossible. Ho ribattuto dicendo di non conoscere quella parola. A quel punto ha riso e si è fatto passare il cellulare sotto tavolo, fingendo di essere lui a volere il selfie”.

Obama esita un attimo per accendere la fotocamera del telefono e Bebe, con la sua esuberanza frizzante, gli suggerisce subito il tasto da premere.

“Mi ha risposto che non era così vecchio e sapeva usare uno smartphone. Mi sarei sotterrata, ma la tavolata è scoppiata a ridere sciogliendo il mio imbarazzo. Obama ha scattato e il selfie è venuto bene, naturalissimo. Poi mi sono girata i bodyguard mi hanno gentilmente accompagnato verso l’uscita”.