Sono passati più di tre anni quando, nell’ormai lontano settembre 2013, un po’ per gioco, un po’ per scherzo, abbiamo creato la prima Social street in via Fondazza a Bologna. Mai avrei pensato di catturare la prima pagina del New York Times per un progetto di per sé molto semplice ma altrettanto innovativo, che oggi è stato inserito nel vocabolario dedicato alla Social Innovation (fonte http://www.federicobastiani.org/wp-content/uploads/2015/03/Vocabolario-della-Social-Innovation-versione-web.pdf ). Avevo la necessità di sentirmi meno solo nella strada dove vivevo da molti anni, avevo bisogno di andare oltre il buongiorno ed il buona sera. Come abbattere il muro della diffidenza? Come riattivare veri rapporti sociali che ormai si sono ridotti ai minimi termini per colpa di un uso esasperato delle tecnologie? In breve… come tornare indietro nel tempo? La risposta paradossale è stata: utilizzando i Social Network.

Quando con mia moglie ci siamo interrogati su che tipo di piattaforma aggregare i vicini di casa di una strada, non ho avuto dubbi, Facebook era la risposta più ovvia, per altri invece era importante creare una piattaforma ad hoc funzionale al progetto. Quante app si hanno sul cellulare? Sette? Otto? Nove? Quante ne vengono usate ogni giorno? Due? Tre? Facebook è sicuramente una di queste.

Abbiamo così creato il gruppo chiuso Facebook Residenti in via Fondazza Bologna e diffuso il gruppo con avanzatissimi metodi tecnologici: dei volantini stampati con una vecchia stampante a getto d’inchiostro, e li abbiamo lasciati sotto le porte dei vicini J. La risposta è stata stupefacente, in pochi giorni il gruppo era arrivato quasi a 50 membri.

Le persone iniziarono così ad interagire on line per passare subito all’off line. Mi ricordo uno dei primi post: un vicino che al pomeriggio, rientrando a casa, sentiva qualcuno suonare il pianoforte e, incuriosito, chiese nel gruppo chi fosse il pianista. Una giovane ragazza che abitava un civico distante rispose presentandosi agli altri vicini. Iniziarono i complimenti ed il desiderio di alcune persone di imparare a suonare il pianoforte. Osservando queste interazioni giornaliere Luigi, il co-founder di Social street, pensò all’ormai noto slogan “dal virtuale, al reale al virtuoso”, tre parole che raggruppavano l’idea di base.

Alcuni vicini che lasciavano l’appartamento o che cambiavano televisore, regalavano gratuitamente ai vicini le proprie cose ed anche questa era un’occasione per passare dal “virtuale al reale”, molti vicini si sono conosciuti in questo modo, grazie ad un “dono”.

Questo è uno degli elementi fondanti di Social street, la gratuità. Nel mondo di oggi nessuno fa niente per niente, esiste un do ut des in qualsiasi cosa, anche quando non si usa la componente monetaria, come ad esempio per la banca del tempo. Il dono invece, abbiamo osservato in questi anni, crea legami, rafforza la comunità, il poter far qualcosa per il tuo vicino perché a te non costa niente, può essere anche semplicemente una parola giusta al momento giusto. Mi ricordo di un vicino che, un po’ disperato, cercava lavoro e chiese aiuto al gruppo, uno di questi si offrì di preparargli il curriculum, di creargli un profilo Linkedin, etc.; queste persone non si conoscevano ma abitavano a due civici di distanza. Fu importante per quella persona trovare qualcuno dopo pochi minuti disposto ad aiutarlo, magari non aveva la soluzione ma era importante sapere che nel momento del bisogno qualcuno ci fosse.

L’altro elemento fondante di Social street è l’inclusività. L’unico vincolo che abbiamo creato è quello di aver circoscritto un territorio ristretto (la strada e non il quartiere), perché l’obiettivo deve essere quello di passare dal “virtuale al reale” e non avere scuse per non farlo. Esistono solo i residenti di una tal strada ed andiamo ad eliminare qualsiasi ghettizzazione in cui siamo abituati a classificarci… i negozianti, gli anziani, gli extracomunitari, i giovani, gli studenti… nelle Social street esistono solo i vicini di casa, l’elemento territoriale è così forte che spesso le varie Social street trovano dei nomignoli per identificarsi, noi per esempio siamo i “fondazziani”.

Può sembrare un gioco, ma è importante sentirsi parte di una piccola comunità dove non solo conosci i nomi delle persone, ma stabilisci dei rapporti che a volte sfociano anche in amicizie. Nella piccola comunità ognuno partecipa quando può, per quello che può, in quel determinato momento. Le Social street sono alquanto fluide e destrutturate, ma per questo innovative.

Mi ricordo il primo compleanno della Social street di via Fondazza, volevamo organizzare un ritrovo in strada per conoscere i nuovi vicini e Massoud, proprietario del negozio frutta e verdura della strada, offrì una cena in strada per trecento persone per far conoscere la cucina pakistana. L’esperienza dei Residenti in via Fondazza è stata inserita nel “frame” Social street. Chi aderisce a questa filosofia ne condivide i principi di gratuità, socialità disinteressata, inclusività.

Da quel lontano 2013 continuiamo a ricevere email giornalmente di persone che vogliono provare a replicare l’esperienza di via Fondazza. Oggi esistono oltre 460 Social street nel mondo, dall’Australia alla Nuova Zelanda, passando per il Brasile e Stati Uniti, con oltre 100.000 persone che ne fanno parte. È un risultato incredibile, se pensiamo che questo progetto non è nato a tavolino ed è stato sviluppato stando al di fuori dei classici “sistemi”. Abbiamo tenuto fuori la componente monetaria, non è stata creata una struttura organizzativa, non è una start up, non ha entità giuridica o altro… niente di tutto questo, Social street è un’idea che è diventata virale perché l’idea era forte ed esisteva una necessità latente di socialità che in questa società è sempre più necessaria.

Giornalista freelance, Federico Bastiani è nato nel 1977 e si è laureato in Economia Aziendale all’Università di Pisa. La sua attività di giornalista ha avuto inizio nel 2001, durante un viaggio in Argentina che lo ha portato a conoscere le Madri di Plaza de Mayo e la loro battaglia alla ricerca di verità e giustizia. È un grande appassionato di tecnologia e social network e proprio grazie a questi ultimi, nel 2013, è nata l’idea di “Social street”: un modo semplice e efficace che utilizza i gruppi chiusi di Facebook per ricreare un senso di comunità nelle città, favorendo la socializzazione tra le persone che abitano nella stessa strada. Le Social Street cominciano online e portano a una comunità “reale” di vicini che non solo si aiutano a vicenda, ma condividono anche il proprio tempo libero. Diventate un caso di studio, le Social street si sono diffuse rapidamente in tutta Italia (dove oggi sono oltre 450) e anche all’estero.