Luigi Bona era abituato a trovare facilmente il materiale per le sue opere d’arte. Un tempo gli bastava fare un giro dei bar del suo sestiere per tornare nel suo studio veneziano con una borsa piena dell’occorrente per produrre i pezzi che l’hanno reso famoso: scarpe di vetro ricavate dalla fusione di bottiglie di Coca-Cola usate. Manufatti dai colori sgargianti e dal forme sinuose che sono stati esposti nelle gallerie di tutto il mondo. Da quando, però, le bottiglie da 33 centilitri sono diventate più rare in Italia, l’artista ha dovuto trovare una soluzione alternativa per continuare a lavorare. 
“La mia salvezza è stata un cliente capitato per caso nel mio studio”, dice il pittore-scultore 67enne dal suo laboratorio a un passo dalla chiesa di San Zaccaria. Con il suo aiuto, sono entrato in contatto con l’azienda e oggi posso ordinare un migliaio di bottiglie alla volta per continuare a realizzare le mie opere”.

D’altronde, c’erano pochi dubbi che Bona riuscisse a trovare un modo per portare avanti il suo progetto. Sono quasi quarant’anni che l’artista sperimenta con le bottiglie di Coca-Cola. E in passato ha superato difficoltà ben maggiori.
Da giovane Bona lavora a Venezia come pittore in una ditta di ristrutturazioni ed è affascinato dai materiali di scarto, a partire dai pezzi d’intonaco recuperati nei cantieri con cui compone figure astratte. Sperimenta riciclando tutto quel che gli capita per le mani: pezzi di legno, confezioni di uova, forchette.
Ma fin da subito dimostra una predilezione per un oggetto ricorrente nella sua vita: Bona è astemio ed è un grande amante di Coca Cola. Le forme flessuose della bottiglia lo affascinano e sogna di plasmarle con l’aiuto di un maestro vetraio. Vede nella scarpa un simbolo di femminilità che ben si adatta al carattere attribuito alla bottiglia della famosa bibita.  “Chi è quella donna che non possiede almeno una dozzina di paia di scarpe?”, nota scherzosamente.
Il vetro alimentare, però, è diverso da quello soffiato, e Bona fatica a comprendere come lavorarlo senza infrangerlo. I primi anni, continua a sperimentare pagando conti salatissimi per affittare un forno a Murano, senza riuscire a produrre nulla d’intatto. In alcuni periodi è costretto a smettere perché non può permettersi di rimborsare i laboratori a cui s’appoggia. La moglie, preoccupata dei costi di questi esperimenti, tenta di opporsi, ma l’artista è convinto di aver trovato la sua cifra espressiva e, appena può, torna a lavorare con le bottiglie di Coca-Cola.

Bona s’identifica nella corrente artistica del Nouveaux realisme, movimento fondato negli anni Sessanta da Arman, César e altri artisti francesi, che s’ispira agli scarti della vita urbana e mira a “un poetico riciclo della realtà urbana, industriale e pubblicitaria”, come scriveva uno dei membri-fondatori, Pierre Restany.
“Volevo creare qualcosa di unico, mai fatto prima, che fondesse elementi importanti della mia vita”, spiega Bona con un marcato accento veneto. “Ho messo insieme il vetro, i colori della scuola veneziana, i costumi del Carnevale, uno dei marchi simbolo del nostro tempo, ed è venuta fuori la mia scarpa di Cenerentola”.
Gradualmente l’artista affina la tecnica e comprende le temperature corrette per lavorare e temperare il vetro. Poi usa pinze da dentista per dipingere l’interno delle bottiglie con cui crea scarpe, bandiere, guanti e altri oggetti d’uso quotidiano.
Una volta superate queste difficoltà, però, rimane la questione dell’autorizzazione. L’artista non si limita a riprodurre un marchio depositato, come fanno in molti. Utilizza vere bottiglie di Coca-Cola per creare le sue opere, e per questo teme di avere problemi con l’azienda americana. Tramite la figlia avvocato, si mette in contatto con l’azienda per chiedere i permessi, che ottiene dopo una serie di trattative.
“Cominciavo a perdere la speranza, quando nel 2007 è arrivata la comunicazione ufficiale: potevo continuare purché i miei pezzi rimanessero unici e non prodotti su scala industriale”.
Condizione che, certamente, non rappresenta un ostacolo: Bona impiega tre giorni di lavoro per trasformare a suo modo una bottiglia di Coca-Cola. Lavora a mano e in media perde circa un terzo dei suoi manufatti a causa di malformazioni del vetro o reazioni impreviste alle variazioni di temperatura. Ogni opera è per sua natura unica e irripetibile. Inoltre, pur continuando a produrre scarpe di ogni genere – da ballo, da ginnastica, da sera – non ha smesso di cimentarsi con forme differenti. Mentre alcuni artisti tendono a utilizzare certi materiali solo per un periodo della loro carriera, Bona è convinto di aver trovato la giusta chiave per esprimere la sua poetica.
“La bottiglia di Coca Cola è parte integrante del mio modo di esprimermi”, conclude. “Ormai per me è come una figlia”.