“Siamo la generazione della sbornia tecnologica, quelli che esibiscono gadget sempre nuovi come fossero trofei”. Riccardo Donadon, imprenditore classe 1967, considerato un grande esperto d’innovazione per aver fondato una fortunata serie di società tecnologiche, comincia con un’interpretazione del presente per tratteggiare la sua visione del futuro: Tra 25 anni la tecnologia tenderà a sparire. Pur restando importantissima, sarà più nascosta, meno invasiva. Sarà fuori moda e la gente eviterà di portarla addosso”. E poi conclude con un indizio per la prossima generazione di start up: “Questa parte resta tutta da inventare e costruire”.

Per cogliere le opportunità offerte dalla crescita tecnologica, avverte però l’imprenditore visionario, bisogna comprendere i modelli di sviluppo e saper leggere le nuove realtà. E per farlo correttamente, occorrono teste allenate e strumenti culturali adeguati.

“Se oggi progetto una città, non posso ignorare che domani lo sviluppo delle auto senza guidatore potrebbe rendere superflue le aree di sosta per i taxi”.

Per questo oggi Donadon ha deciso di puntare tutto sull’educazione, orientando la sua H-FARM, società nata come acceleratore di start up, verso la formazione di giovani e la consulenza per la trasformazione digitale delle aziende.

“Per avere impatto sul futuro bisogna credere di più nell’importanza d’innovare”, spiega. “Certe cose iniziano a essere pensate in un modo talmente diverso che diventa difficile comprenderle per chi non ha la forma mentis adatta”. 

La cultura di condivisione delle risorse, resa possibile grazie allo sviluppo di piattaforme di digitali, è un piccolo esempio.

“Diventerà sempre più pervasiva, cambiando abitudini ben consolidate”, prevede Donadon. “Fino a rendere secondaria l’idea di comprare una macchina o affittare un ufficio”.

Secondo il fondatore di H-FARM, che sorge in un’azienda agricola trasformata in parco tecnologico in provincia di Treviso, in Italia siamo poco abituati a parlare di robotica, intelligenza artificiale o realtà aumentata. E soprattutto degli effetti che queste innovazioni possono avere sulla società. Fatichiamo ancora a considerare la tecnologia come parte integrante della nostra vita e questo, alla lunga, rischia di farci perdere delle opportunità.

“Pochi si rendono conto che la realtà virtuale ha un potenziale così sconfinato da essere paragonabile alla comparsa di internet negli anni Novanta. Per adesso è tutta contenuta in un caschetto, ma fra una ventina d’anni potrebbero bastare delle lenti a contatto”.

Donadon è consapevole che, per gli appassionati di tecnologia come lui, esiste il rischio di chiudersi in una torre d’avorio, perdendo il punto di vista dei comuni mortali. Gli è già capitato all’inizio del nuovo millennio, dopo aver venduto con successo un’azienda di servizi per internet che aveva creato, E-Tree.

“A posteriori, ho capito che alcuni dei progetti che avevo realizzato erano interessanti ma troppo complessi per gli utenti. Era tempo di riportare l’uomo al centro”.

Per questo, al posto della E, che in E-Tree stava per Electronic, ha messo la H, che in H-FARM sta per Human; ha trasferito la sede della società in campagna, all’interno di un’azienda agricola funzionante; e ha scelto come motto un famoso proverbio contadino, semplicemente tradotto in inglese: “Big Shoes and Beautiful Minds”.

Oggi Donadon cerca di evitare di creare tecnologia fine a se stessa. Al contrario fa consulenza alle aziende per individuare le innovazioni che possono aiutarle a fare meglio il loro lavoro. Aiuta le startup a crescere in modo armonico. E ha creato un polo didattico per preparare i giovani alle sfide della nuova era digitale, con un percorso che va dall’asilo al master universitario. H-FARM è nata 11 anni fa come puro sviluppatore di startup. Oggi quella parte di business esiste ancora ma è marginale.

“In Italia s’investe poco nell’innovazione. L’idea di acquisire una società ad alto valore tecnologico per rilanciare la propria azienda è ancora poco usata. E, mancando la fase di exit, è carente anche quella di venture”.

Purtroppo è un serpente che si mangia la coda: finché non si crea innovazione, nessuno compra e se nessuno compra, manca l’incentivo a investire, soprattutto nella fase successiva al lancio. Per finanziare un’idea, infatti, all’inizio può anche bastare il crowdfunding.

Nel 2012 Donadon ha partecipato, in qualità di consulente dell’allora ministro dello Sviluppo Economico Corrado Passera, alla stesura della prima normativa italiana sui finanziamenti collettivi ed è un sostenitore di questo metodo. Ma la vera difficoltà, avverte l’esperto di start up, arriva al secondo round di finanziamenti, quando al posto di 50.000 euro ne servono 5 milioni.

“In Italia è molto difficile ottenere quelle cifre, che purtroppo fanno la differenza per crescere e competere a livello internazionale. Ma per me la cultura del cambiamento è troppo importante e, per rompere l’impasse, ho deciso di investire nella formazione con l’obiettivo di aiutare i giovani e le aziende a ripartire grazie all’innovazione”.