Abbiamo incontrato Ivana Pais, docente di sociologia economica all’Università Cattolica di Milano 

Ai suoi albori, durante gli anni bui della recessione scoppiata nel 2008, la sharing economy è stata salutata come la panacea dell’economia in crisi. Con l’andare del tempo, le aspettative per questo modello, che sfrutta piattaforme tecnologiche per facilitare la condivisione e usare al meglio le risorse, si sono ridimensionate. Ma le ultime ricerche dimostrano che, nel nostro Paese, l’economia collaborativa continua a essere un settore in crescita che, pur stentando a ottenere risultati economici rilevanti, resta uno stimolo trainante per l’innovazione e la creatività.

In Italia l’economia collaborativa è in crescita”, sottolinea Ivana Pais, docente di sociologia economica all’Università Cattolica di Milano che cura un rapporto annuale sul settore.

Secondo questo studio, nel 2016 le piattaforme di sharing economy in Italia sono arrivate a 138 e quelle di crowdfunding a 68, per un totale di 206. Un incremento pari all’10% rispetto all’anno precedente.

Da un punto di vista economico, sottolinea Pais, la scena italiana è dominata da Airbnb, per il quale il Bel Paese rappresenta uno dei mercati più importanti a livello mondiale. Mentre l’enfant prodige targato Italia resta Gnammo, il portale nato nel 2012 per aprire le case private al social eating, che funziona bene pur senza fare numeri strepitosi. Nel settore del crowdfunding, invece, realtà come Eppela, DeRev o Ginger vantano un buon radicamento sul territorio. Poi c’è il caso di piattaforme settoriali come Musicraiser, fatta da musicisti per musicisti, e divenuta punto di aggregazione non solo per chi è in cerca di fondi per un progetto.

Il sito è un riferimento per tutti quelli che sono interessati alle produzioni indipendenti di musica italiana”.

Le stime globali sulla sharing economy prevedono un processo di crescita inarrestabile, con una recente indagine della londinese PwC che assegna alle transazioni legate ai 5 settori principali – finanza collaborativa, alloggi tra privati, trasporti tra privati, servizi domestici a richiesta e servizi professionali a richiesta – un valore pari a 570 miliardi di euro nel 2025. Al momento, però, questo modello fatica ancora a registrare un impatto reale sulla nostra economia.

In Italia c’è un forte turnover e le realtà che funzionano, promettendo sostenibilità nel lungo periodo, si contano sulle dita delle mani”, ammette Pais.

Perché questo settore stenta a decollare in Italia? La risposta non è semplice, ma di sicuro non c’entra con il nostro attaccamento ai beni privati.

In astratto gli italiani svettano nelle classifiche europee per disposizione nei confronti del concetto di condivisione. E anche nella pratica, siamo nella media europea. Il vero collo di bottiglia è la diffidenza verso i pagamenti online”.

La componente tecnologica è fondamentale nello sviluppo delle piattaforme di condivisione, che prevedono metodi digitali per il pagamento dei servizi offerti. Ma è uno dei freni maggiori per gli italiani, ancora poco disponibili a usare in rete la carta di credito.

Siamo in attesa dell’attivazione in Italia di un nuovo metodo di pagamento gestito da Facebook attraverso la sua chat Messenger. La speranza è che l’alta penetrazione di questo social media nel nostro Paese faciliti il superamento della diffidenza nei confronti dei pagamenti digitali”.

L’altro scoglio, dal punto di vista delle imprese, è la difficoltà d’accesso ai capitali d’investimento. Vista la natura della shared economy, in cui i margini di profitto tendono a essere piuttosto bassi, le imprese per funzionare devono raggiungere un buon numero di utenti. Per fare questo, spesso servono investimenti in grado di supportare un’economia di scala.

In Italia le start up faticano a trovarli, c’è ancora troppa distanza culturale fra gli investitori e gli imprenditori dell’economia collaborativa, nonostante da noi questi ultimi tendano ad avere più esperienza rispetto all’estero, dove spesso i fondatori delle piattaforme sono giovani brillanti ma con poca esperienza professionale alle spalle”.

Pur restando un settore di nicchia, gli effetti della shared economy stanno introducendo linfa vitale nel sistema economico, spingendo a ripensare logiche e modelli consolidati. Un esempio è BlaBlaCar, piattaforma per condividere le spese di viaggio in auto, che ha introdotto elementi d’innovazione sociale.

Prima il passaggio lo acquistavi dai servizi pubblici esistenti o te lo dava un amico o un parente, senza farti pagare. BlaBlaCar ha innescato una dinamica nuova all’interno di un meccanismo già esistente”.

Anche una realtà controversa come Uber ha spinto il suo settore di riferimento ad allargare i propri orizzonti: non è un caso che la app Mytaxi per prenotare, pagare e valutare i taxi sia nata dopo l’arrivo della piattaforma americana in Italia.

Un altro dei vantaggi “collaterali” della shared economy, secondo Pais, è “il rafforzamento del capitale sociale degli utenti”. Grazie a sistemi di recensione facilmente accessibili, infatti, le piattaforme tecnologiche rendono più semplice verificare la reputazione di una persona, presupposto fondamentale per creare fiducia fra sconosciuti.

Infine l’economia collaborativa permette anche di valorizzare la creatività imprenditoriale.

Da noi è molto spiccata, soprattutto in progetti culturali, dove stanno nascendo piattaforme interessanti. Un esempio è MyHomeGallery, che riunisce artisti disposti ad accogliere utenti nel loro studio per dormire, mangiare oppure anche solo per organizzare una visita guidata del paese o della città in cui vivono”.