Quasi un anno fa partiva il progetto Social Farming, agricoltura sociale per la filiera agrumicola Sicilia, promosso dal Distretto Agrumi di Sicilia, dall'Alta Scuola ARCES e con il contributo di The Coca-Cola Foundation. Il progetto si è concretizzato in una serie di seminari e workshop organizzati in diverse località della Regione e ha avuto come scopo principale quello di promuovere formazione e coesione sociale, sostenibilità ambientale e innovazione all'interno del comportato agrumicolo siciliano.

Abbiamo incontrato Anna Alaimo, Professoressa Associata di Diritto del Lavoro presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell'Università di Catania, che ha fatto il punto sugli obiettivi fondamentali di Social Farming e su come un progetto di questo tipo possa sostenere il mondo del lavoro e contribuire all’occupazione nella Regione Sicilia.

Social Farming Logo

Professoressa Alaimo quali sono stati, a suo parere, i punti fondamentali e i pregi del progetto Social Farming?

Il progetto, come il Distretto che lo incorpora, è apprezzabile per i suoi fondamentali obiettivi. In primo luogo quello di realizzare un sistema di agricoltura sociale, come definita anche dalla recente legge 141 del 2015: attività di agricoltura sociale che ha, tra i suoi  scopi fondamentali, proprio l'inserimento socio-lavorativo di soggetti a rischio di esclusione e socialmente deboli.

Si tratta di un punto qualificante del Progetto Social Farming che si caratterizza proprio perla strategia di inclusione sociale e si pone al  crocevia di due diritti sociali importanti,  dei lavoratori ma anche di coloro che il lavoro ancora lo stanno cercando: il diritto al lavoro e il diritto alla formazione. Diritti sociali che Social Farming ha voluto rendere effettivi, promuovendo la conoscenza e il sapere attraverso le attività di formazione all'interno della filiera.

In definitiva, la sfida del progetto era quella di mettere in campo le condizioni non per un lavoro qualsiasi ma per un lavoro di qualità, così come ci ha insegnato a dire l'Unione Europea. Credo che sia stato proprio quest'ultimo il pregio principale del progetto Social Farming.

Un altro risultato utile, da non dimenticare, è legato alla circolazione di informazioni, di esperienze sull'impiego del lavoro nella filiera e sull'incontro tra domanda e offerta di lavoro. Per quanto riguarda quest'ultimo aspetto, trovo importante la costruzione della piattaforma informatica “Agrorà”, che si inserisce all'interno di un trend ormai consolidato,  quello di costruire piattaforme digitali per far incontrare domanda e offerta di impiego. Si pensi ad esempio a importanti reti e piattaforme costruite a livello macro come la rete EURES, costruita in ambito europeo e la piattaforma gestita dall’ANPAL, l’Agenzia Nazionale per le Politiche Attive del Lavoro. 

Quindi lei crede che Social Farming porterà benefici sia a livello di inclusione sociale e di integrazione per i lavoratori sia per le aziende siciliane del settore?

Sì, diciamo che i benefici riguardano su entrambi i soggetti tradizionalmente coinvolti nel rapporto di lavoro: i datori di lavoro e i lavoratori, che vengono formati per offrire un lavoro di qualità.

Per quanto riguarda nello specifico il mondo del lavoro in Sicilia, come potrebbero incidere sulla contrattazione e sulla situazione lavorativa tipica di questa Regione progetti di questo tipo?

Sulla contrattazione, ad esempio, si potrebbe promuovere il riallineamento retributivo, qualora vi siano salari inferiori ai minimi contrattuali collettivi. Ma si potrebbero anche incentivare contratti di rete all'interno della filiera, fra le aziende che ne fanno parte, contratti che consentirebbero le cosiddette “assunzioni congiunte” di lavoratori, con conseguente responsabilità solidale dei co-datori di lavoro per le obbligazioni derivanti dai contratti di lavoro. Potrebbero essere queste le ulteriori prospettive di legalità e lavoro interne alla filiera.

In conclusione, i risultati maggiori, in parte già raggiunti, riguardano l’accrescimento della competitività delle aziende conseguito attraverso un miglioramento della qualità del capitale umano impegnato nella filiera agrumicola siciliana. 

Tutto ciò si realizza in un territorio in cui, da decenni, si registrano i più alti tassi di povertà e di esclusione sociale dell'intera nazione, come si evinceva già dal primo Rapporto sulla povertà in Italia del 1985.