Ci sono muse che non invecchiano. La bottiglia di Coca-Cola, che nel 2015 compie cento anni, è stata una delle ispirazioni visive più forti del Novecento e continua a farsi largo nell’arte del terzo millennio. Non solo come oggetto di culto, ma come segno grafico universale.
Universale nel senso di trasversale: alle arti, ai movimenti, ai generi, alle geografie. Nel 1990 il critico-filosofo americano Arthur Danto scriveva che “La bottiglia di Coca-Cola è una delle forme classiche della sensibilità moderna”. Danto ragionava sull’uso che Warhol aveva fatto negli anni Sessanta delle icone del consumo di massa, ma Warhol non era certo il primo a far entrare la bottiglia, creata nel 1915 dalla Root Glass Company, nell’estetica dell’arte. Siamo infatti davanti a un fenomeno unicissimo di migrazione di un segno dalla grafica commerciale alla sfera artistica: un fenomeno lungo un secolo.

COCA-POP-COLA

Tra la fine degli Anni Venti e l’inizio degli Anni Trenta, Norman Rockwell aveva trasformato la commissione per le pubblicità Coca-Cola in una serie di quadri sulla vita agricola americana - pezzi poi diventati di culto, oggi inseguiti dai collezionisti. Durante la Seconda Guerra Mondiale, lavorando per un periodo sulla West Coast durante il suo “esilio” americano, Salvador Dalí mescola i paesaggi spagnoli ai grandi spazi californiani, e nel dipinto “Poetry of America” del 1943 piazza, tra i simboli di un periodo pieno di conflitti, una bottiglia di Coca-Cola che va liquefacendosi. Un’inserzione surrealista, un’anticipazione del metodo Pop che poi esploderà con Jasper Johns e con Robert Rauschenberg.
Grande bevitore di Coca-Cola, Rauschenberg nel 1958 mette la Coca-Cola nel titolo di un’opera: “Coca-Cola Plan” presenta tre bottiglie, macchiate di colore, al centro di una composizione alata. Nel 1962, espone da Ileana Sonnabend a New York il Combine Painting “Dylaby”, in cui compaiono bottiglia e logo.
Intanto Andy Warhol ha cominciato a riprodurre bottiglie di Coca-Cola a decine: prima a mano e poi con stampe fotografiche su seta e cotone. Dalle prime illustrazioni post-espressioniste del 1961 alla infinita serialità delle 210 “Green Coca-Cola Bottles” del 1962 (oggi nella collezione del Whitney) si capisce che c’è stato un colpo di fulmine. Nel 1967 il suo studio ospita una grande installazione di bottiglie dipinte d’argento. Negli stessi anni Tom Wesselman, l’inventore dei Great American Nudes, usa la Coca-Cola, in bottiglia o nel classico bicchierone curvilineo, come elemento delle sue nature morte insieme a fiori, frutta e coppe di gelato alla fragola: è il 1963.
Sembra che il Pop sia l’elemento naturale e insuperabile per il logo, la lattina e la bottiglia di Coca-Cola: i suoi epigoni in ogni continente imparano e perpetuano la lezione di Warhol per decenni, fino a oggi. James Rizzi dipinge bottiglie di Coca-Cola con le ali, che si librano tra gli angeli, sino al 2001, Burton Morris mette una bottiglia in mano a un Mickey Mouse “logato” fin nelle mutandone. Ed è del 2007 la monumentale “Summer on the Coke Side” del capofila del pop britannico Peter Blake, che dal collo di una bottiglia di Coca-Cola fa spumeggiar fuori tutte le icone sexy della storia. Nel 2014 Alberto Murillo fa sua la serialità pop in “Always Coca-Cola”.

CONCEPTUAL COKE

Invece il potere di seduzione visiva (e non solo) di questo oggetto è tale che, quando con gli anni Settanta l’arte si fa concettuale e impegnata, la Coca-Cola si trova - diversamente - protagonista. Cildo Meireles, forse l’artista brasiliano più influente della storia, nel 1970  in occasione di una mostra al Moma usa le bottiglie per effettuare una “Inserzione nei circuiti ideologici”: le modifica con messaggi politici (visibili solo quando la bottiglia è piena) e le rimette in circolazione. Così il bene di consumo di massa diventa oggetto politico, e la sua diffusione in un Brasile oppresso dalla dittatura militare trasmette messaggi impossibili da censurare. È forse l’azione meno “estetica” di tutte a dimostrare l’enorme impatto che Coca-Cola può avere attraverso l’arte.

OLTRE LA REALTÀ

L’onnipresenza dei suoi colori inconfondibili, con un logo che è ormai parte di qualsiasi paesaggio umano (urbano o rurale che sia) fa sì che in contemporanea la Coca-Cola compaia anche su ben altra sponda artistica: una pittura che coltiva l’illusione, la perfezione tecnica. Siamo nell’Iperrealismo di Richard Estes, il pittore che specchia strade e palazzi nelle vetrine lucide di New York. Il logo di Coca-Cola è ovunque: riflesso nelle grandi vetrate, in cima agli edifici, persino accanto alla sua figura nel “Double Self Portrait” del 1976 (oggi al Moma). A un iperrealismo contemporaneo si avvicina oggi Todd Ford, che aggiunge alla qualità quasi tattile del liquido anche la dimensione del movimento: nei suoi lavori la Coca-Cola torna liquida, sgorga da un collo di cristallo trasparentissimo e si fa più vera che mai. Pare proprio che ogni tipo di Realismo debba fare i conti, prima o poi, con l’oggetto Coca-Cola. In Francia, il Nouveau Réalisme di Arman e di César ha assemblato bottiglie e compresso lattine in accumulazioni che sono divenute a loro volta iconiche. In questa vena si inserisce anche il lavoro di Mimmo Rotella, con i suoi décollages in cui Coca-Cola compare, immancabile. 

COCA-COLA E L’ARTE ITALIANA

Se Rotella presenta dei materiali che sono, secondo lui, come già modificati dagli elementi naturali (tempo compreso), o stratifica la storia visiva a lui contemporanea mettendo la Coca-Cola sullo stesso piano di icone come Marilyn Monroe o JFK, Mario Schifano invece dipinge. In “Pic-Nic” del 1982, la bottiglia di Coca-Cola fa soltanto capolino: la potenza dell’oggetto è tale che ne basta una piccola porzione perché sia subito intuita nell’intero. Una parte della scritta, a volte solo una curva del lettering senza neppure un carattere intero. Sia Schifano che Rotella ci insegnano qualcosa sull’estetica del frammento - un meccanismo che, in un certo senso, spiega anche la fortuna artistica della bottiglia di Coca-Cola, genialmente concepita nel 2015 per essere “così unica da poter esser riconosciuta al buio o anche frantumata a terra”: sono proprio gli oggetti adatti a una percezione immediata e intuitiva quelli che entrano nell’immaginario collettivo per restarci. E lo stesso vale per le opere d’arte.
Oggi, in Italia, altri artisti si misurano con questo segno che si è fatto forma, come Antonio De Pascale che ama giocare con il packaging e fa esplodere (visivamente) le lattine. Due italiani, il pittore Luigi Bona e il designer Daniele Basso, compaiono con i loro lavori recenti nella mostra “L'arte in bottiglia. I primi 100 anni dell'iconica bottiglia Coca-Cola, che porta nel Padiglione Coca-Cola di Expo 2015 una serie di opere della collezione corporate, alcune nate dalla collaborazione degli artisti con la compagnia, altre “trovate” e acquistate in tutto il pianeta.

LA GEOGRAFIA UMANA DELLA COCA-COLA

Così, in 100 anni, la Coca-Cola nelle sue varie incarnazioni - logo, lattina, bottiglia - è diventata corpo tra i corpi, natura morta, paesaggio, scultura, azione, concetto. E nell’attraversare i generi ha attraversato le culture, comparendo in scenari culturali lontanissimi, forse inconciliabili. Fotografi di viaggio come Richard Cummins e Macduff Everton la ritrovano dipinta sui muri di Macao, di Haiti, del Messico, della Thailandia. In Africa, il pittore-reporter Moke omaggia la Coca-Cola nei vivaci affreschi sociali della vita di Kinshasa, e la porta con sé quando viaggia dal Senegal allo Zaire per dipingere grandi murali. In Thailandia, oggi Pakpoom Silaphan usa dei “muri” di Coca-Cola come quinta per mandare in scena i personaggi-mito del nostro tempo. In Cina, la Coca-Cola arriva nel 1979, e gli artisti la usano per ragionare sul conflitto fra tradizione e progresso: lattine e loghi finiscono nella pittura post-kitsch di Xiao Fan ma anche sulle terrecotte milionarie di Ai Wei Wei. L’immediatezza con cui Coca-Cola entra nell’arte di tutti i continenti non è solo una misura del nostro gusto contemporaneo: è anche un perfetto atlante delle nuove geografie politico-economiche, collegate a volte da un sorso d’arte.