Nel cinema italiano si mangia e si beve, e pure tanto. La cucina e la tavola sono del resto due “spazi” caratteristici della nostra cultura, e il cinema ne ha approfittato – fin dai tempi delle comiche di Cretinetti – per raccontare usi e costumi nazionali. Soprattutto la commedia, quella “rosa” degli anni Cinquanta e poi quella grottesca, all’italiana. La prima sospesa tra fame e nuova abbondanza – l’antica fame neorealista di Ladri di biciclette (De Sica, 1948) o di L’onorevole Angelina (Zampa, 1947) –, come raccontano benissimo il Totò a digiuno forzato di Miseria e nobiltà (1953) o le intenzioni omicide, grazie a una torta al cioccolato, del Sordi di Piccola posta (1955); la seconda dentro il clima “miracoloso” del Boom economico, in cui si registra, tra l’altro, l’ingresso di nuove abitudini alimentari, con piatti francesi e americani che cominciano a fare capolino tra le ricette della tradizione regionale.

Gli anni ’60: il cibo come rito e tradizione

Per tutti gli anni Sessanta, nelle pellicole dei Monicelli, dei Comencini, dei Risi, il cibo non è mai una comparsa indifferente: serve, per esempio, a definire il carattere regionale di storie e personaggi, come ne La visita di Antonio Pietrangeli (1963), in cui Sandra Milo allestisce un perfetto pranzo emiliano (tradizione culinaria che Avati celebrerà nel 1989 in Storia di ragazzi e di ragazze, col suo banchetto di fidanzamento di venti portate) per il suo spasimante romano, ormai abbruttito dalle cene in osteria: di fronte agli arrosti fumanti e alla “salama da sugo”, il contegno dell’innamorato cede, svelando lati del suo carattere non proprio ammirevoli. Ma il cibo, in questo cinema, serve anche a segnare la distanza tra nuovi ricchi e soliti poveri – con quanto disprezzo il Gassman de Il sorpasso (1962) divora il crème caramel lasciato dal commendatore! –, a segnare un frastornato ritorno a casa, come quello del Papaleo (Gian Maria Volonté) di A cavallo della tigre (Comencini, 1961), che finalmente riassaggia le polpette della sua amata, oppure a esibire un’opulenza nuova (ma costruita su un mare di cambiali..), come fa il Sordi de Il boom di De Sica (1963) offrendo ad amici e parenti un trionfale buffet in terrazzo (ma gli anziani genitori, gente “di campagna”, neppure s’avvicinano, intimoriti).

Gli anni ‘70: cibo = cultura

E sarà sempre la commedia, “sociale” per vocazione, a segnalare, a partire dal decennio successivo, l’avvio di un progressivo cambio di “ruolo” del cibo, nel cinema come nella società: sempre meno “natura”, e cioè rito e tradizione – come lo erano i maccheroni abruzzesi che la “bersagliera” Gina Lollobrigida preparava per il maresciallo Vittorio De Sica in Pane, amore e gelosia (Comencini, 1954) –, e sempre più “cultura”, destinato per questo a essere e a significare altro, da La grande abbuffata di Ferreri (1973) alla Nutella sovradimensionata di Bianca (Moretti, 1984); così che un ristorante, come quello di La cena di Scola (1998), può anche trasformarsi nel set ideale per un confronto tra passato, presente e futuro, sogni romantici e ideologie politiche (lo chef comunista deluso dalla politica).

L’euforia per la gastronomia si riflette nel grande schermo

Gli ultimi anni, poi, assecondando una più generale euforia per la gastronomia, hanno fatto registrare un incremento straordinario di film direttamente legati al cibo; la sola filmografia di Ferzan Ozpetek (regista-cuoco) ne è un buon esempio, dalle torte cucinate in La finestra di fronte (2003), a metà tra terapia psicoanalitica e ricerca di un futuro migliore, alla pasta che ha fatto ricca la famiglia pugliese protagonista di Mine vaganti (2010). E in questa nuova onda di film su cibo e cucina, non possono naturalmente mancare i nuovi “divi” della scena sociale, gli chef variamente stellati, come il Luca Zingaretti di Tutte le donne della mia vita (2007), bizzarro e geniale, che conquista la “dottoressa” somministrandole, a letto, cioccolato bianco fuso e gocce di barolo chinato, o il giovane Antonio di Io sono l’amore (Guadagnino, 2010), perfetta incarnazione dell’idea moderna di cucina: ricerca, sperimentazione, rispetto del territorio (la Liguria), bellezza (i piatti del film portano la firma di Carlo Cracco); e quando la sofisticata Emma Recchi (Tilda Swinton) assaggia una delle sue creazioni dal titolo opportunamente lungo, è trascinata in un altro luogo, ricco di sensazioni ed emozioni mai provate. Un tipo di magia che lo schermo può solo tentare di suggerire.




Il rapporto tra cinema e cibo è uno dei temi più interessanti per OffiCine, il progetto formativo nato dall’incontro di Istituto Europeo di Design e Anteo spazioCinema proprio per affrontare la settima arte nei suoi molteplici rapporti con altri mondi e discipline. Luca Malavasi, autore di questo articolo, è ricercatore presso l’Università di Genova, critico cinematografico per la rivista Blow-Up e redattore di Cineforum, e per OffiCine si occupa sin dalla prima edizione del corso in Storia e Critica del Cinema, con la Direzione Artistica di Paolo Mereghetti, e di quei speciali percorsi che sono le CineCene, vere e proprie lezioni “a tavola”. 



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