Entri nel suo studio milanese e ti trovi a camminare su un pavimento recuperato dall’allestimento di una sua personale del 1997 alla Triennale di Milano su cui appaiono riproduzioni delle sue fotografie più famose.

Guardi le scaffalature che si innalzano alle pareti fino al soffitto e le trovi piene di album ben ordinati con centinaia di migliaia di scatti realizzati nella sua fortunata carriera.

Non ho mai buttato via niente – dice con un sorriso Giovanni Gastele ho fotografato moltissimo perché per me, prima ancora che un lavoro, è un’esigenza di cui non posso fare a meno”. 

Simpatico, aperto, naturalmente elegante come le sue fotografie, ha fatto propri sia gli aspetti della cultura borghese del padre imprenditore sia gli aspetti di quella aristocratica della madre Visconti e dello zio Luchino, impareggiabile regista: da una parte lo spirito imprenditoriale, che lo ha spinto a mantenersi da solo fin da giovanissimo, vista la freddezza paterna all’idea di avere un figlio fotografo, dall’altra il gusto per la bellezza classica acquisita fin da bambino.

Tutte le precedenti esperienze – a sedici anni pubblica un libro di poesie, negli anni del liceo recita in una compagnia teatrale – Giovanni Gastel le ha riversate nella fotografia e gli sono servite, parole sue, a lavorare sulla mia unicità”.

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Alla vigilia della grande personale curata da Germano Celant e accompagnata da un catalogo Silvana Editoriale che a Palazzo della Ragione di Milano dal 23 settembre al 13 novembre lo celebra come autore a tutto tondo, il fotografo si racconta con ironico distacco: Per anni ho scattato di tutto passando dai ritratti allo still life, dai paesaggi alla fotografia di moda, un mondo per cui ho molto rispetto e che per me è stato come Giulio II per l’arte: un mecenate che mi permetteva di scattare così tante e costose fotografie nel formato 20x25 che il suo produttore Polaroid mi scrisse che in quell’anno avevo superato il consumo dell’intera Svizzera”.

Per affermarsi in questo mondo occorrono particolari doti e un vero e proprio estro, anche se Gastel non dimentica la fortuna: “Ho sempre sentito di averla e quel mattino in cui, con un portfolio sottobraccio, ero fuori dallo studio di Flavio Lucchini, Direttore di Edimoda, in attesa di essere ricevuto, l’ho davvero percepita. 

Sentivo attraverso il vetro il Direttore discutere con Oliviero Toscani, che poi sarebbe diventato un mio caro amico: di fronte a un rifiuto di quest’ultimo, Lucchini gli rispose che l’avrebbe sostituito con il primo giovane talento che gli si sarebbe presentato. Uscito Oliviero, mi presentai un po’titubante, parlammo di cinema, letteratura e arte, mi disse che avrei cominciato a lavorare subito anche se le mie immagini erano brutte di non preoccuparmi, perché le foto si impara a farle mentre l’importante sono le idee. Più fortuna di così”.

Un autore che ha collaborato con le più importanti testate da “Donna” a “Vogue Italia” e collaborato nel campo della moda e della pubblicità con case di respiro internazionale, deve il successo non solo alla fortuna ma anche alla sua creatività e alla capacità di coniugare classicità e cultura pop. “Si può fare arte con qualsiasi cosa, l’importante è non fermarsi mai alla prima idea ma cercarne altre meno prevedibili. Il pop ha una violenza visiva che mi ha sempre affascinato anche perché sa giocare su più livelli mescolando classicità e innovazione”.

A proposito di tutto ciò, fra le fotografie esposte a Palazzo della Ragione , una serie è dedicata a Coca-Cola e in queste immagini il senso del pop è molto evidente. “Ricordo bene quell’incarico che mi era stato commissionato nel 2008: avevo la più assoluta libertà di interpretazione e potevo usufruire di alcuni suggerimenti che mi erano stati dati. Così mi sono divertito a studiare soluzioni originali e divertenti legate alla storia stessa del marchio ormai presente da tempo nei più diversi mondi. Quello dell’arte mi ha suggerito l’idea di trasformare una bottiglia vuota nel contenitore in cui i pittori immergono i loro pennelli sporchi di vernice, quello del cinema mi ha spinto a sostituire gli obiettivi di una cinepresa con due classiche lattine rosse. In altri casi bisognava interpretare un concetto e qui le soluzioni dovevano essere più articolate. Per far capire che Coca-Cola guarda lontano ho studiato la struttura di un binocolo, poi ho avuto l’intuizione di smontarlo sostituendo a uno dei due corpi una bottiglietta delle stesse dimensioni: l’oggetto ottenuto è strano ma gradevole e il messaggio di immediata comprensione. Per far comprendere come la formula della bevanda fosse il risultato di una ricerca scientifica ho invece posizionato un’altra bottiglia sotto la lente di un microscopio”.

Sono tutte idee relativamente semplici o per lo meno che appaiono tali quando sono state realizzate, non prima. Bisogna farsi guidare dalla leggerezza perché quando le fotografie sono troppo pensate si appesantiscono e chi le guarda lo capisce subito. Per fare un esempio, tempo fa dovevo spiegare in una sola immagine il fatto che si ha poco tempo a disposizione per curare la propria bellezza. Ho scartato subito idee troppo complesse e ho scelto quella più essenziale: ho capovolto una bottiglia di profumo vuota e le ho applicato sul retro con del nastro adesivo trasparente dei meccanismi da orologio che così sembravano essere contenuti all’interno. Certo bisogna avere dimestichezza con la tecnica per realizzare una fotografia di qualità, ma ciò che conta in questo e in altri casi è la scelta di un’idea: semplice, lineare, immediata, capace di sposare classicità e modernità”.

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Roberto Mutti

Roberto Mutti è storico, critico e docente di fotografia presso l’Accademia del Teatro alla Scala e l’Istituto Italiano di Fotografia di Milano. Organizzatore e curatore indipendente, ha realizzato mostre di giovani promettenti e di autori affermati collaborando con festival, gallerie private e istituzioni pubbliche. Ha firmato oltre duecento libri fra saggi, monografie e cataloghi. Giornalista pubblicista, dal 1980 scrive di fotografia sulle pagine milanesi del quotidiano La Repubblica. Fa parte dei comitati scientifici di Photofestival Milano e MIA Art Fair. Ha ricevuto i premi per la critica fotografica Città di Benevento (2000), “Giuseppe Turroni” (2007), Artistica Art Gallery, Denver, Usa (2011) e “Salvatore Margagliotti”, Trapani (2014). Vive e lavora a Milano.