Tutti lo chiamano O’ Maè, sia dentro che fuori dalla palestra. Perché nel suo quartiere alla periferia di Napoli, Gianni Maddaloni è diventando per molti un punto di riferimento e un maestro di vita, oltre che di judo.

‘O Maè insegna a centinaia di ragazzi e i suoi atleti hanno vinto coppe e gare importanti, a partire dai figli: Pino, oro ai Giochi di Sidney; Marco, due volte campione europeo; e Laura, per molti anni titolare nella Nazionale italiana. Ma le soddisfazioni maggiori, Maddaloni le ha avute fuori dal tatami. Perché attraverso il judo è riuscito a togliere migliaia di ragazzi dalla strada, insegnando il rispetto delle regole e offrendo un’alternativa al sistema che domina le periferie di Napoli.

“Il judo aiuta a trasmettere un’etica sana, a imparare a perdere e a rialzarsi”, sottolinea Maddaloni. “Con lo sport cerchiamo di creare inclusione sociale a 360 gradi”.

Fuori dallo Star Judo Club c’è un cartello che riassume per punti l’etica del suo lavoro: fedeltà, coraggio, umiltà, altruismo, temperanza.

Fra i tanti casi di successo, O’ Maè ricorda quello di Antonio Bottone, figlio di un camorrista che sta scontando 12 anni di carcere per spaccio. Rimasto a casa solo, con il mito del padre in galera, Antonio era destinato a diventare un piccolo boss. Finché il padre, sentendo parlare dello Judo Star Club, scrive a Maddaloni pregandolo di prendere il ragazzo nella sua palestra. Nel giro di poco Antonio diventa cintura nera di judo, riprende la scuola e comincia a studiare pianoforte al conservatorio.

Maddaloni punta sui ragazzi, i più vulnerabili al richiamo della strada e del crimine, ma i programmi della palestra coinvolgono anche adulti e i genitori. Mentre i figli si allenano sul tatami, le mamme possono frequentare corsi di ballo africano. E una ventina di detenuti in affidamento fuori dal carcere fa piccoli lavoretti utili alla comunità: sotto la supervisione del Maè, puliscono la palestra, le strade adiacenti, fanno giardinaggio e accompagnano disabili e non vedenti del quartiere.

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Pino Maddaloni

Maddaloni è salito alla ribalta dei media nazionali dopo che il figlio Pino ha vinto un oro alle Olimpiadi del 2000. La storia sua e della sua palestra hanno ispirato libri, film e spettacoli teatrali. Ma il suo lavoro è cominciato ben prima che si accendessero le luci dei riflettori. Trentasei anni fa ha fondato la sua prima palestra e dopo pochi mesi aveva già a una cinquantina di allievi.“Non credevo di arrivare alle Olimpiadi, ma sapevo di voler andare al di là del judo per offrire un’opportunità ai giovani del quartiere, proprio com’era stata offerta a me”.

Anche Maddaloni, che oggi ha 60 anni, un tempo ha rischiato di perdersi. A 16 anni resta orfano di padre e comincia a passare le giornate per strada con le compagnie sbagliate. Una sera, fomentato da un amico, forza un posto di blocco dei Carabinieri in moto, riuscendo a sfuggire solo dopo un pericoloso inseguimento. Quando la madre lo viene a sapere, porta il figlio in caserma e gli fa una scenata, schiaffeggiandolo davanti ai Carabinieri e facendogli promettere di cambiare vita. Il giovane Maddaloni accetta, ma non sa come fare. Gli piacciono i film di Bruce Lee e comincia a frequentare una palestra di arti marziali. Ma solo quando conosce il suo maestro, Enrico Bubani, trova la forza di reagire.

“È stato lui a farmi capire che serve una prospettiva di vita diversa per allontanarsi dalla strada. Con lui ho cominciato a progettare l'idea di aprire una palestra a Scampia”.

Oggi Maddaloni sogna d’ingrandirsi e riconvertire un’ex caserma del quartiere per inaugurare 4 palestre, una ludoteca e un ambulatorio medico gratuito, gestito da volontari. Il nuovo progetto, come la vecchia palestra, ha bisogno di un supporto economico. La quota d’iscrizione al Judo Star Club, 20 euro al mese, sono in pochi a versarla. Non pagano i disabili, i ragazzi con genitori in carcere e chiunque non possa permetterselo. In totale, poco più di 200 quote su oltre 600 iscritti.

“Economicamente sono un disastro, ma come faccio a chiedere soldi a ragazzi che hanno i genitori in carcere?”.

Fortunatamente il lavoro di Maddaloni raccoglie il giusto riconoscimento e sono in molti a dare una mano per tenere aperta la palestra.

“Vado avanti grazie agli amici e alla provvidenza”, riconosce O’ Maè, concludendo caparbio: “Tanto qui ci basta poco e siamo pronti ad allenarci anche al lume di candela se c’è bisogno”.