Per Davide Oldani, le Olimpiadi appena concluse sono state un’esperienza più personale del previsto. Lo chef milanese, che era Sport & Food Ambassador per l’Italia Team, ha avuto occasione di testimoniare le gioie e i dolori degli azzurri che partecipavano ai Giochi, rispolverando sentimenti e ricordi che lo hanno toccato nel profondo.

“Frequentando gli atleti ho visto da vicino quel che avrei voluto vivere da giovane ma che, a causa di un infortunio, non ho potuto provare”, dice Oldani riferendosi a un incidente in cui si ruppe tibia e perone quando giocava a calcio per una squadra di C2 a sedici anni. Un tempo lo chef ufficiale della nostra spedizione olimpica sognava di far parte della squadra nazionale. I casi della vita, invece, l’hanno portato a vincere tanti premi, ma per le sue doti ai fornelli più che per quelle col pallone.

“Sarei arrivato in alto, se non avessi avuto l’infortunio. Conoscere gli atleti che venivano a mangiare a Casa Italia mi ha fatto toccare con mano il mondo dell’agonismo puro e dell’organizzazione che sta dietro a questi sportivi”.

A Rio, Casa Italia è stata allestita in una location spettacolare, un promontorio leggermente staccato dalla terraferma a picco sul mare, che i carioca stessi considerano uno dei luoghi più magici della città. Lo chef, che è anche un esteta e un designer per passione, ha apprezzato molto lo stile made-in-Italy che caratterizzava il buen retiro della nostra squadra olimpica.

“Ho trovato grande ricerca e gusto. Più di tutti mi è piaciuto l’installazione bianca e azzurra dell’artista Davide D’Elia all’entrata del club”.

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La fama dello chef stellato, unita alla qualità del suo cibo e all’eccezionalità della struttura, hanno contribuito a rendere Casa Italia un grande successo, che ha tenuto Oldani impegnato al ritmo di molti ospiti quotidiani, con piatti preparati seguendo l’idea di una cucina “orizzontale” che amalgama sapori italiani e locali, con attenzione alla leggerezza e al benessere.

“Ci sono voluti 20 giorni di preparazione solo per trovare le materie prime adatte, andando di mercato in mercato per cercare la qualità migliore”.

Gli ingredienti come pasta, formaggi, riso e olio venivano direttamente dall’Italia, mentre quelli freschi erano rigorosamente locali.

“Gli ultimi giorni abbiamo riadattato i menù in base a ciò che abbiamo trovato”.

Oldani conosce dei cuochi a Rio che l’hanno aiutato a reperire il meglio di ciò che offre la città brasiliana, rispettando la stagionalità dei prodotti, come impone la sua filosofia.

“Verdura e frutta sono ottimi. Mango e papaya lì hanno un gusto e una delicatezza particolare. Anche il pesce: diverso da quello del Mediterraneo, ma fantastico. L’unica difficoltà è stata nel trovare il pomodoro: ho dovuto cambiare 4 o 5 varietà per trovarne uno dolce abbastanza per il sugo della cena di apertura”.

Un lavoro di squadra per il quale sono state utili le doti forgiate sui campi di pallone e poi affinate con anni di esperienza in cucina.

“Senza costanza e capacità di lavorare in gruppo non sarei arrivato da nessuna parte”.

Trovati gli ingredienti, studiati i menù e avviata la cucina, allo chef è rimasto da supervisionare la perfetta esecuzione dell’opera. Un compito che non gli ha impedito di godersi dal vivo alcuni eventi e di mescolarsi con gli sportivi che mangiavano alla sua tavola.

“La gara più sorprendente è stata quella di Gregorio Paltrinieri. Era la prima volta che seguivo il nuoto da vicino e mi ha impressionato la sua capacità di progettare la finale a tavolino, mantenendo quello che aveva in testa fino alla fine: è scattato subito primo e non ha mai staccato. Mi sono complimentato con lui per la gara al primo incontro in Casa Italia”.

Oldani è impazzito per il bronzo ai tuffi della Cagnotto e si è emozionato per l’oro italiano numero duecento, conquistato da Fabio Basile nel judo. Ma il momento più toccante, quello che l’ha fatto riflettere sulle sliding doors della sua vita, è stato l’arrivo di Gianmarco Tamberi, promessa azzurra del salto in alto che non ha partecipato ai Giochi a causa di un infortunio alla caviglia avvenuto alla vigilia della partenza.

“L’ho visto scoppiare in lacrime quando è entrato nello stadio di atletica di Rio. Mi ha fatto grande tenerezza, ci puntava e poi si è fatto male. Ne abbiamo parlato quando è venuto a mangiare da me con la fidanzata. E’ un ragazzo dall’animo puro e ho avuto la conferma che ce la metterà tutta per ricominciare”.

Chiusa con grande soddisfazione l’esperienza olimpica, lo chef è pronto a riaprire i battenti del nuovo ristorante di Cornaredo, nell’hinterland milanese, inaugurato lo scorso giugno dopo aver spostato la sede in una piazza vicina e ridisegnato il menù, marcando un’evoluzione rispetto ai canoni di semplicità e umiltà degli ingredienti che caratterizzavano la cucina pop del locale precedente.

“Ho allargato fisicamente la cucina per dare ancora più qualità e mi sono concesso di utilizzare materie prime diverse, sempre nel rispetto della stagionalità e della leggerezza dei piatti”.

Fra l’inaugurazione del ristorante e i Giochi, quest’estate Oldani ha fatto ben poche vacanze. Giusto qualche giorno al rientro da Rio per riprendersi dalla stanchezza accumulata.

“Il tempo di staccare veramente il cervello non l’ho avuto. Ma con tutta l’energia, la determinazione e la sete di vittoria che ho respirato a Rio, ne è valsa decisamente la pena”.