Luca è italiano, vive a Milano e lavora come marketing manager di Fanta e Sprite. Moussa è meccanico, viene dal Mali ed è rifugiato in Italia. Le loro biografie non potrebbero essere più differenti. In questo momento, però, chiacchierano con un pennello in mano mentre dipingono insieme la balaustra di una terrazza.

L’iniziativa fa parte di un progetto di volontariato d’impresa promosso da Coca-Cola Italia presso il centro di accoglienza per rifugiati e richiedenti asilo di Via Gorlini a Milano, gestito dagli operatori della cooperativa sociale Farsi Prossimo. Una giornata intera, il 28 settembre, in cui una quarantina di dipendenti Coca-Cola, insieme a una dozzina di ospiti del centro, si è fatta carico dei lavori di manutenzione della struttura: verniciare le balaustre, smaltare i caloriferi, ridipingere le sedie, tinteggiare i muri, incollare l’antiscivolo sulle scale, ripulire i garage. Lavori che lasciano un segno concreto e danno a chi li compie una soddisfazione tangibile.

E’ un’esperienza che ti fa sentire utile”, conferma Nadia, che aveva già partecipato a un’iniziativa simile, organizzata tre anni fa da Coca-Cola Italia in un centro di aggregazione giovanile. “Ma rispetto all’altra volta è più interessante perché lavoriamo insieme agli ospiti del centro. E’ un’occasione per avvicinarsi a un mondo molto diverso”.

La mattina i partecipanti si dividono in quattro gruppi, indossano tute da imbianchini e si sparpagliano per la palazzina affacciata sul parco di Trenno. Tutti lavorano di buona lena e in poco tempo la palazzina si trasforma in un cantiere.

Quella di Via Gorlini è una struttura di seconda accoglienza per soli uomini. Una sorta di casa comune, con il refettorio, la sala della televisione, i bagni comuni e una piccola palestra rudimentale ricavata da un ex garage. I 59 ospiti, che alloggiano in camere da due, possono entrare e uscire a piacimento. I più fortunati e intraprendenti frequentano corsi di formazione e d’italiano all’esterno o lavorano grazie a programmi d’inserimento. L’obiettivo è prepararli a vivere in modo autonomo nel nostro Paese. Dopo circa sei mesi di permanenza, infatti, gli ospiti devono lasciare il centro e cavarsela da soli. Questo significa che fra i rifugiati c’è un avvicendamento frequente. In questo momento, ad esempio, gli uomini sono prevalentemente africani e giovani, di una fascia fra i venti e i trent’anni.

Alcuni sono ancora traumatizzati dal viaggio e sono intimiditi dalla loro nuova quotidianità in un Paese straniero”, spiega Renata, vicecoordinatrice del centro di Via Gorlini, la cooperativa che gestisce la struttura. “Questa è un’occasione per portarli a contatto con il mondo esterno e normalizzare i rapporti”.

Lavorare insieme rende più facile la comunicazione. Due che indossano una tuta da imbianchino e pitturano una ringhiera smettono di essere un manager e un rifugiato e diventano semplicemente due persone che lavorano a un obiettivo comune.

Inoltre, per i dipendenti Coca-Cola, l’esperienza ha un altro vantaggio. Fare lavori manuali quando si è abituati a passare ore davanti al computer, al telefono o in riunione ha un effetto energizzante anche nelle relazioni fra colleghi.

E’ un’occasione per stare insieme e conoscersi da un altro punto di vista”, fa notare Laura. “Certo, è anche tanta fatica, perché non siamo abituati al lavoro fisico e il giorno dopo sei piena di dolori. Ma è quel dolore che dà un senso di ricompensa”.

Tra di loro c'è anche chi scopre nuove capacità che non sospettava di avere.

Non dite quel che ho fatto alla mia famiglia sennò mi tocca lavorare così anche a casa”, scherza Nadia.
Durante la pausa pranzo, i partecipanti si mescolano ulteriormente. Come sempre, il cibo aiuta a superare barriere linguistiche e culturali. Un rifugiato consegna una piccola torta di compleanno ad Annalisa, un altro improvvisa un trucco di magia davanti a tutti.
Si chiacchiera, si scherza e intanto si costruiscono piccoli ponti di comunicazione.

Il tema è d’attualità ma restano tanti luoghi comuni e questa è una buona occasione per avere una visione più chiara”, osserva Giordano.

Prendiamo l’esempio dei cellulari. Alcuni dipendenti Coca-Cola notano che i rifugiati posseggono quasi tutti uno smartphone, oggetto che siamo abituati a considerare appannaggio della società del benessere. Osservando gli ospiti, però, appare subito chiaro che per loro è un antidoto potente contro lo spaesamento.

Ho lasciato il Paese dove sono nato, vicino a Timbuctu, allo scoppio della guerra civile nel 2012 per fuggire in Congo-Brazzaville con mia madre”, racconta Dia. “Sono arrivato in Italia nel 2015 ma mia madre è rimasta in Africa e degli altri familiari non so più nulla”.

Oltre a servire per mantenere i contatti con famiglie e amici lontani, il cellulare è un mezzo quasi indispensabile per inserirsi nella società ospitante.

Anche quando non ho più credito, serve per essere reperibile e cercare lavoro”, aggiunge Moussa.

A fine giornata sono stati ridipinti oltre cinquanta metri di ringhiere, 21 caloriferi e qualche parete. Sulle scale non c’è più il rischio di scivolare e il garage-palestra è ripulito da polvere e foglie secche. Ma soprattutto si sono compiuti piccoli gesti per una convivenza migliore.

Luca e Moussa probabilmente non si rivedranno più. Probabilmente, però, la prossima volta che Luca leggerà di rifugiati sui giornali, ripenserà alla giornata trascorsa a dipingere la balaustra con un ragazzo di Bamako. Così come, quando Muossa incontrerà il prossimo italiano, ricorderà le persone venute ad aiutarlo a rendere più accogliente la sua nuova casa. Ed entrambi avranno, forse, la possibilità di capire un po’ meglio il loro prossimo.