Nel luglio 1958 Carol Parks Hahn, una donna di colore dalla pelle molto chiara, si sedette al bancone del Dockum Drug Store di Wichita in Kansas. La cameriera le servì una Coca-Cola, ma gliela tolse non appena altri clienti dalla pelle più scura le si sedettero accanto e lei si rese conto che Parks Hahn non era bianca.

Parks Hahn e i suoi amici, però, non erano entrati in quel bar soltanto per una Coca-Cola: erano lì anche per protestare contro la discriminazione razziale.

Ebbe così inizio un sit-in studentesco, poco noto ma in verità il primo ad aver avuto successo, del Movimento per i diritti civili. 

Consumatori immortalati accanto a un distributore di bevande alla spina, 1958 circa.


Il simbolico distributore di bevande gassate

Negli anni Cinquanta, i bar che distribuivano bevande alla spina erano locali popolari – anche se in buona parte soggetti alle leggi sulla segregazione razziale – dove i clienti potevano trascorrere in tranquillità del tempo seduti al bancone a godersi panini, gelati e Coca-Cola.

Il Dockum di Wichita, in particolare, era un locale molto frequentato nel quale i clienti si fermavano in attesa dell’autobus o per ripararsi dal freddo nei rigidi inverni del Midwest.

Ai neri, però, tale piacere era negato.

Anche se sulla carta a Wichita la segregazione razziale non era legale, le consuetudini sociali permettevano a chi governava la città di applicare uno standard diverso. E il divieto per le persone di colore di frequentare locali che servivano bevande alla spina, rifletteva un più generico clima culturale di intolleranza razziale.

Nel nostro paese vigeva quel tipo di discriminazione razziale contro il quale dobbiamo continuare a lottare, perché nega alla gente la loro stessa identità” dice Mark McCormick, direttore esecutivo del Kansas African American Museum. “Vieta di essere padroni del proprio corpo”.

Aggiunge che “il simbolismo delle bevande alla spina allude alla negazione di qualcosa di cui tutti abbiamo assolutamente bisogno, il sostentamento”.

Wichita sarebbe diventata la prima di molte città nelle quali la battaglia per l’affermazione dell’individuo si svolse con successo a partire da un locale di bevande alla spina. 

In parte, i manifestanti scelsero Dockum perché faceva parte di una catena di locali. Per cui impattare su un locale avrebbe significato estendere l’impatto della protesta a tutti gli altri locali della catena. Il Dockum Drug Store raffigurato in questa foto degli anni Trenta si trovava a pochi isolati di distanza da quello nel quale si organizzò il primo sit-it.


Giovani del tutto ordinari

Dopo che Parks Hahn ordinò la sua Coca-Cola, altri giovani neri si unirono alla protesta da Dockum, sedendosi e aspettando al bancone un servizio che non sarebbe mai arrivato. Non appena un manifestante lasciava il sit-it al termine di un’attesa infruttuosa, un altro prendeva subito il suo posto, occupando il posto che in teoria era a disposizione dei soli clienti bianchi.

Nel giro di poche settimane, il proprietario aveva perso così tanti soldi da essere costretto a capitolare e ad aprire le porte di Dockum a tutti.

Tra i manifestanti c’erano Joan Williams e il dottor Gayln Vasey. Ripensando al sit-in di Wichita che si svolse circa 50 anni fa, Vasey ride e dice di non essere sicuro di quanti anni aveva nel 1958.

Si rivolge poi a Williams cercando di fare i conti: “Se tu avevi 18 anni, io probabilmente ne avevo 21”.

McCormick crede che grazie a quei giovani manifestanti fu loro conferito un certo potere. “Sono sempre i giovani a vedere il mondo con gli occhi del futuro” dice. “Non hanno paura delle conseguenze e così si lanciano in battaglia, mentre noi vecchi ci tiriamo indietro, ci preoccupiamo per loro per poi gioire dei risultati delle iniziative intraprese da loro”. 

Il bancone dell’Old Mill Tasty Shop di Wichita oggi.


In verità, a Wichita furono dei giovani del tutto ordinari a pianificare la protesta pacifica in maniera organizzata, creando turni a rotazione in base ai quali ogni manifestante restava seduto quattro-sei ore al bancone. Gli amici si unirono agli amici in una protesta mirata per chiedere che si ponesse fine alla segregazione razziale.

 “Non fu una cosa piacevole” ricorda Vesey.

Era spossante aspettare per ore al bancone, nel timore di come potessero reagire gli altri alla loro violazione delle norme sociali. I manifestanti sopportarono epiteti razzisti. I posti di lavoro loro e dei loro genitori erano a rischio, se i datori di lavoro fossero si fossero accorti della loro protesta. I neri sopportarono ogni tipo di violenza per poter vivere negli spazi destinati ai bianchi. Oltretutto, era ancora fresco nella mente di tutti il ricordo dell’assassinio del quattordicenne Emmett Till in Mississippi, avvenuto appena tre anni prima.

I giovani neri, insomma, erano consapevoli dei rischi che correvano stando seduti ore e ore a quel bancone, in attesa di essere serviti.

A sentir loro, però, quel gesto di protesta fu quasi ordinario. Vesey racconta inmaniera molto pacata: “Protestare in quel modo richiese soltanto un pizzico di coraggio e un po’ del nostro tempo”. Dice che a farlo resistere fu la consapevolezza dei neri più anziani ai quali quel servizio era sempre stato negato e che erano costretti ad aspettare l’autobus fuori, al freddo.

Anche Williams sembra a disagio quando il suo gesto di protesta viene lodato, e sostiene che in fondo erano soltanto “gente normale” che fece quanto possibile per essere trattata in maniera giusta.

Il suo gesto fu così “ordinario”, secondo lei, che negli anni successivi al sit-in è tornata di rado col pensiero alla sua partecipazione alla protesta, e non ne ha neppure parlato ai familiari. Soltanto quando uno storico locale l’ha cercata per una testimonianza, ha riflettuto sul vero significato della sua esperienza.

Se adesso le viene chiesto fino a che punto ritiene significativo quel gesto di protesta, Williams fa una pausa prima di rispondere, e poi tranquillamente dice: “Alcuni giorni sì, ne sono pienamente consapevole. Ma mi sorpresi davvero molto scoprendo che la gente la riteneva un’azione straordinaria”.


 

In ricordo del sit-in

In un parco della città di Wichita è stato eretto un monumento in onore dei partecipanti al sit-it che raffigura un bancone e un distributore di bevande alla spina. Una cameriera prende gli ordini, mentre i clienti aspettano la loro Coca-Cola o un frullato. Parecchi posti al bancone di bronzo sono vuoti, quasi un invito per i passanti a sedersi e portare avanti ancora oggi la battaglia contro l’ingiustizia.

Anche se la battaglia oggi non si combatte più ai banconi dei bar, Williams e Vesey sono consapevoli che è tutt’altro che conclusa.

Per rendersi conto di quanto sia grande l’ingiustizia contro la quale dovemmo lottare a quel tempo ci è voluto ciò che accadde qui a Wichita, a Oklahoma City, a St. Louis, a Greensboro, e forse perfino la morte di Emmett Till e quello che dovettero passare i bambini neri della Little Rock High School. E combattiamo ancora oggi” spiega Vesey.

Williams spera che la lotta giunga al termine, crede che quando tutti i cittadini faranno la loro parte per combattere contro le ingiustizie “alla fine ne saranno tutti contagiati”. Ma perché ciò avvenga, tutti dovranno ricordare la storia di discriminazione razziale della nazione e le “persone ordinarie” che combatterono contro di essa.

Anche se il monumento ha un ruolo centrale nel fissare nella mente di tutti quel messaggio, è collocato in un punto nascosto nel parco. Tra le statue dei vari personaggi raffigurati aumentano le ragnatele e le scritte oscene che li ricoprono.

McCormick crede che condividendo la storia dei sit-in e del coraggio di chi prese parte a quelle manifestazioni, la statua possa liberarsi dalle sue ragnatele. “Il peccato più grande è che ci sono moltissime persone che non sanno nulla di ciò che fecero quei ragazzi. Il mio compito è far sì che la gente capisca non soltanto cosa fecero, ma perché lo fecero e quale era il contesto storico in cui lo fecero”.

Dobbiamo molto al Movimento dei diritti civili e uno dei suoi episodi più significativi casualmente è avvenuto proprio qui a Wichita” aggiunge.