Grazie all’attuazione di una riforma organica della gestione dei rifiuti, che nel 2017 ha compiuto venti anni, l’Italia ha promosso un importante cambiamento nel riuso e nel riciclo dei materiali. Se, infatti, in passato finiva in discarica l’80% dei rifiuti urbani e, la raccolta differenziata era pressoché inesistente, l’anno scorso solo il 26% della spazzatura è finita nelle cosiddette isole ecologiche. Mentre il riciclo ha raggiunto quota 47%, con 14 milioni di tonnellate di rifiuti urbani differenziati in circa 5mila imprese che occupano 120mila dipendenti e fatturano diverse decine di miliardi di euro (fonte Relazione sullo stato della Green Economy 2017). Già tra il 2010 e il 2014, secondo i dati pubblicati dall’Eurostat, il nostro Paese è risultato in assoluto quello con il più alto tasso di riciclaggio (77%).

Quando si parla di ecosostenibilità – spiega Andrea Di Stefano, direttore di Valori, testata giornalistica che si occupa di finanza etica e di economia circolare – si tratta di ridisegnare interi processi economici e produttivi cercando di massimizzare le capacità di rendimento, migliorando il risultato finale. Tutte le varie fasi di un processo produttivo sono monitorate, con particolare attenzione agli sprechi di consumo e alla produzione di rifiuti non trasformabili in altri materiali”.

Grazie all’innovazione – conclude Di Stefano – e all’approccio cosiddetto cascading, molti scarti di materia ottenuti da processi industriali vengono valorizzati e diventano la base per una nuova produzione”.  Ciò rappresenta uno dei principali vantaggi dell’economia circolare rispetto a quella lineare.

L’ecosostenibilità è stata tra i temi principali anche nel corso della Giornata Mondiale della Terra 2018, improntata sulla lotta all’inquinamento da plastica, uno dei materiali più diffusi. Ogni giorno vengono rilasciate in mare ingenti quantità di materie plastiche che danneggiano gravemente la vita marina e mettono a rischio la salute dell’uomo.

L’Italia, esempio virtuoso

Intanto l’Italia racconta una realtà imprenditoriale sempre più sensibile al tema dell’inquinamento. Uno tra gli esempi vincenti di start up innovative, che hanno investito nella sostenibilità, è quello di Orange Fiber. Un’azienda nata nel 2011, quando Adriana Santanocito e Enrica Arena decidono di avviare un’attività nel settore dei tessuti prodotti attraverso gli scarti derivanti dalla spremitura degli agrumi. “Orange Fiber nasce dalla voglia di fare qualcosa per la nostra terra, dall’esigenza di trasformare un problema in una risorsa economica e portare l’innovazione e la sostenibilità all’interno del comparto tessile e manifatturiero italiano”, racconta Enrica. Trasformare un’idea in un’azienda non è semplice, soprattutto per un progetto industriale come quello di Orange Fiber, che inaugura il primo impianto pilota nel 2015 e si aggiudica il Global Change Award l’anno successivo, guadagnando ulteriore slancio al progetto.


 

Altra azienda, certamente innovativa e attenta al recupero e al riuso dei materiali, è la Mook Ecodesign, nata da un progetto di Carlo Nannetti e Francesca Crisafulli. Pur impiegando principalmente il legno per la realizzazione dei prodotti e delle opere artistiche, molto spesso la Mook recupera materie plastiche altamente inquinanti e difficili da smaltire, come galleggianti o reti da pesca, rilasciate in mare o abbandonate sulle spiagge. Secondo Nannetti, la plastica - della quale esiste ancora un’idea diffusa di “bene usa e getta” - è un materiale “tonto”, perciò più facile e meno dispendioso da riciclare - per esempio attraverso la fusione anche a basse temperature - riportando l’esempio dei tappi di bottiglia.

A dimostrare che è possibile produrre a impatto zero, c’è poi il fondatore della Funghi Espresso, Antonio Di Giovanni – agronomo - che con la sua start up recupera i fondi di caffè per la coltivazione dei funghi. Prima ancora che il progetto di Funghi Espresso venisse alla luce, Antonio era già promotore assieme al Centro di Ricerca Rifiuti Zero del Comune di Capannori, in provincia di Lucca, di una strategia per la valorizzazione industriale e il riutilizzo dei fondi di caffè. Così nel 2009 Di Giovanni e il Centro di Ricerca invitano una grande azienda del settore a studiare delle capsule biodegradabili.

Nel marzo 2013 il giovane agronomo avvia il progetto Funghi Espresso. In soli due anni, la start up è riconosciuta dal Ministero delle Politiche Agricole e Forestali tra le 25 neo imprese più innovative. Ciò consente all’azienda di partecipare poi con un proprio stand all’EXPO 2015 di Milano.

Ecco come nascono i funghi dal caffè: 

Queste storie di successo confermano che un modello economico e produttivo alternativo a quello lineare è realizzabile, valorizzando le risorse disponibili, i prodotti e, soprattutto, l’ambiente in cui viviamo. Perché non dobbiamo dimenticare che «siamo anche ciò che buttiamo».

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Chiara Colangelo è una giornalista del Master in Giornalismo IULM. Si è laureata alla magistrale in Giurisprudenza presso la Sapienza di Roma, coltivando da sempre il sogno del giornalismo. Grazie alla tesi di laurea, ha approfondito i temi legati all’economia ambientale, in particolare l’incidenza delle differenze tra gli standard ambientali dei Paesi. Ama viaggiare, leggere e scrivere. Il suo motto: “Se fai solo quello che sai fare, non sarai mai più di quello che sei ora”. 
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Giulia Galliano Sacchetto studia presso il Master in Giornalismo Iulm. Laureata in Comunicazione, media e pubblicità collabora da circa un anno con una rivista online che si occupa di prestidigitazione. La magia infatti è, insieme al giornalismo e al calcio, la sua passione più grande. Ama la montagna, gli animali e la vita all’aria aperta. Il suo motto è “If the world zigs, zag”, frase del pubblicitario John Hegarty, che invoglia a non seguire la massa e a fare di testa propria. Dovendo definire il giornalismo con una parola direbbe “curiosità”. Di sé dice di essere una persona “razionalmente folle”.
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Alessandro Follis studia presso il Master in Giornalismo dell’Università IULM. Nato a Biella e laureato in Scienze della Mediazione Linguistica a Torino, anni fa si sarebbe immaginato qualsiasi cosa, tranne che diventare giornalista. E’ stata la sua passione per la scrittura che lo ha portato a intraprendere questa strada: nel tempo libero, infatti, prova a mettere su carta, con alterne fortune, quella miriade di idee che gli frullano in testa. Ama anche lo sport, in particolare i motori e il golf, e non nasconde l’ambizione di diventare giornalista sportivo.
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Giulia Diamanti studia presso il Master in Giornalismo Iulm. Laureata in Scienze Umanistiche per la Comunicazione – Lettere e Filosofia, ha all’attivo collaborazioni con magazine online culturali e con settimanali locali. Ama leggere, scrivere e bere caffè. Il suo motto “ The curiosity killer the cat… but satisfaction brought it back” testimonia un debole per il british humor. Dovendo definire il giornalismo con una parola, anzi due, direbbe senso critico.