Quando abbiamo visto per la prima volta un lavoro di Mr Wany, sul nostra walkman giravano le cassettine di Lou X e SXM. Gli mp3 non esistevano ancora.

Un piccolo gioco Amarcord che ci aiuta a capire lo spessore e l’esperienza indiscussa di uno dei graffiti artist più influenti a livello internazionale.

E che al contempo ci dà modo di comprendere prestigio e valore artistico di “Refresh the City” di Sprite, l’iniziativa che l’azienda ha lanciato in collaborazione con Artkademy per coinvolgere le nuove generazioni a partecipare ad un progetto di riqualificazione urbana attraverso 5 diversi graffiti nelle città di Milano, Roma, Napoli e Catania, battezzata da Wany con il muro ZERO qualche settimana fa.

Ne abbiamo parlato con lui durante una breve intervista intensa ed emozionante, ripercorrendo con lui una parte della storia della graffiti art e la sua evoluzione, immaginandone il futuro prossimo e quello più remoto, tra nostalgie e sogni senza compromessi.

Come ti sei avvicinato al mondo dei graffiti e quali sono gli artisti che maggiormente hanno influenzato la tua arte?

Mi ci sono avvicinato nel 1990 guardando i film Wild Style e Beat Street e sfogliando i primi libri di writing che giravano all’epoca come Spray can Art e Subway Art, però nella città dove sono cresciuto, Brindisi, la cultura hip hop già era stata portata nell’84 da una coppia di fratelli parigini. Le figure che mi hanno ispirato sono moltissime, non tutte provenienti dal mondo del writing. Una delle mie sfide personali infatti è stata quella di poter sperimentare e portare elementi di altri universi creativi su muro con il writing e la streetArt senza andare sulla sicurezza del risultato, trovando sempre soluzioni nuove e questo lo devo anche alle mie molteplici e differenti fonti d’ispirazione.


Noi abbiamo iniziato a seguirti leggendo AELLE* e siamo dei nostalgici di quel periodo storico dell’hip hop italiano. Come è stato vivere da writer in quel periodo di fermento?

Secondo me ce ne sono state diverse di Golden Age per l’hip hop italiano. Questo movimento è caratterizzato da alti e bassi: il primo boom c’è stato negli anni ’80 mentre nei ‘90 si è allargato al grande pubblico. Quest’ultimo periodo è stato molto stimolante perché c’era la possibilità di inventare, c’erano diversi stili, alcuni tipici di alcune città, altri addirittura di singoli quartieri. Come cerchi concentrici si partiva dal piccolo per arrivare al grande. Chi è cresciuto negli anni ’90 faceva un percorso totalmente diverso da quelli di oggi.

A soli 12 anni hai deciso che il graffiti writing sarebbe stato gran parte della tua vita, oggi, 27 anni dopo, è una scelta che rifaresti?

Assolutamente sì, penso sia stata lei a scegliere me. Io ho sempre disegnato perché da bambino ero un grande appassionato di cartoni animati, ero sempre in strada ma passavo anche molto tempo davanti alla tv a disegnare. Alcuni amici più grandi mi hanno poi mostrato i film e libri di cui vi ho parlato ed è stato amore a prima vista, sono passato quasi immediatamente ai muri e non mi sono mai più fermato. Ho cambiato spesso soggetti, ho sempre sperimentato cose nuove e non ho mai trovato il tempo di annoiarmi, quello che mi distingue dai miei colleghi è forse proprio il fatto di non essermi mai fermato.


Com’è avvenuto il passaggio dalla strada al tuo Atelier, The Amazing Art, aperto ormai nel 2007?

E’ stato un passaggio molto naturale perché quello che faccio l’ho fatto sempre con un intento artistico, non ho mai scritto con l’idea di sporcare. Ho sempre pensato che ne valesse la pena, anche rischiando, perché ho sempre lanciato messaggi positivi e mai vandalici.

Per me indecorosi sono i paesaggi abbandonati in decadenza, non l’esprimersi in maniera positiva, anzi questi lavori dovrebbero far capire quanto è grande l’esigenza di comunicare con gli altri.
Quando ho iniziato a fare questi lavori non era illegale, non c’era nessuna vera legge a regolare la street art , se ci fermavano ci lasciavano anche andare. Poi la legge è cambiata e si sono commessi alcuni errori di classificazione su cosa è indecoroso e cosa non lo è.

Fino a pochi anni fa il writing era visto come una forma di vandalismo e di imposizione violenta della propria arte. Oggi come vivi il fatto di poter collaborare a progetti di rivalutazione delle città come quello di Sprite?

Sicuramente in maniera positiva, finalmente c’è una presa di coscienza differente. Anche chi non è un addetto ai lavori comincia ad apprezzare ciò che facciamo sia a livello artistico sia dal punto di vista del decoro urbano. Il nostro lavoro è sicuramente più bello di un muro abbandonato alla sua decadenza. L’idea di poter essere supportati per quello che facciamo anche dal punto di vista economico è una cosa molto bella ed importante per questa cultura.

C’è stato anche un cambio di percezione da parte dei brand, per esempio con la customizzazione dell’abbigliamento che è entrata subito nella moda con collaborazioni importanti. Per alcuni di noi può essere anche un traguardo: poter collaborare a progetti come quello di Sprite è una conquista nell’ottica di entrare nelle strade in maniera differente rispetto alla semplice pubblicità. Tutto ciò mi ricorda un po’ il periodo in cui le insegne dei negozi erano dipinte a mano.

Dai top to bottom sui vagoni dei treni alle installazioni site specific. L’arte urbana ha avuto, in quest’ultimo decennio in particolare, una notevole evoluzione, pensiamo ad artisti come Vhils, JR, Mark Jenkins, o le proiezioni di Philippe Echaroux sulla foresta Amazzonica. Quanto ti affascina questa varietà di linguaggi e come pensi che si evolverà ancora? 

E’ tutto sempre in continuo divenire, è cambiato tutto e tutto ricambierà. Oggi succedono cose che mai ci saremmo aspettati. Ad esempio, negli anni ’90, se volevi farti notare, dovevi scegliere un muro nel centro della città. Ora può bastare fare un dipinto in qualunque luogo del mondo, fare una buona foto o video, pubblicarla sul web, e può diventare virale. Forse è quasi più importante la location virtuale web, dove posti il tuo lavoro, che la location reale nella quale lo hai realizzato. Forse cambierà ancora il modo di comunicare la propria arte e il palcoscenico diventerà sempre più grande e condiviso, forse cambieranno gli strumenti. Staremo a vedere.

 

*AELLE (o AL, Acronimo di Alleanza Latina, o AL Magazine) è stata una rivista italiana sulla cultura hip hop nata nel 1991 e pubblicata fino al marzo 2001. 

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Giulia Pacciardi E’ nata a Roma nel 1992, dove ha vissuto fino al giorno della sua laurea all'Istituto Europeo di Design. Curiosa di tutto, legge, guarda, immagina e poi scrive. Dal 2017 è Editor del magazine italiano Collater.al.

Nato nel 2010 come blog d’ispirazione, Collater.al è uno dei web magazine più attivi del panorama italiano, focalizzato sulla cultura creativa contemporanea: illustrazione, design, musica, trend e culture di strada.