Per i giornalisti che, come me, sono cresciuti nutrendosi di numeri e statistiche nei giornali economici, il momento non potrebbe essere più difficile.

Viviamo nell’era delle “fake news” (letteralmente notizie false, contraffatte) e della “post-verità”. Blog, siti, tweet, post su Facebook che sostengono di tutto, dalle tesi del complotto per negare il riscaldamento globale a quelle che contestano l’utilità delle vaccinazioni. Oppure che diffondono vere e proprie notizie false e non verificate con conseguenze tragiche: durante le ultime elezioni in Usa un post su Facebook riferiva che l'ex candidata alla presidenza Hillary Clinton era coinvolta in un traffico sessuale con quartier generale in una pizzeria di Washington. Letta la notizia, un uomo aveva tentato di fare giustizia entrando armato nel ristorante.

Oggi sembra che l’unica cosa che conti, come ha detto il comico americano Stephen Colbert, è la “truthiness”, la “veritezza”: qualcosa di verosimile che conferma i propri preconcetti.

Perché è esploso il fenomeno delle fake news? Le radici affondano nella crisi della cultura liberal e di sinistra, che per anni ha dominato la scena in Occidente. Quando ero un ragazzo, la stampa era il quarto potere capace di mandare a casa il presidente americano Richard Nixon. I giornalisti erano eroi da grande schermo con i volti di Robert Redford e Dustin Hoffman. Ma poi questo modello si è appannato, il giornalismo non ha saputo cogliere gli umori che provenivano dalla pancia dei cittadini Risultato? La grande informazione è finita sul banco degli imputati, accusata di veicolare un’informazione di regime, asservita ai grandi poteri più o meno occulti. Con un’ottima sintesi Luciano Fontana, direttore del Corriere della Sera, nel corso di una tavola rotonda della Federazione nazionale della stampa (9 marzo) ha spiegato che “si sta facendo strada una retorica del potere che vede come indipendente solo ciò che viene dalla Rete e non quello generato dai professionisti, bollato come informazione di potere. Si è capovolta la prospettiva ed è pericolosissimo. In più, la logica degli amici, la voglia di stare con quelli che la pensano come noi, ci porta a specchiarci nelle nostre convinzioni”.

Perdiamo di vista il pluralismo, il confronto. La contestazione contro quelli che vengono considerati i Poteri (dai governanti agli scienziati fino agli esperti in genere) trova lo strumento perfetto nella Rete: oggi chiunque può raggiungere milioni di persone con un tweet che vale tanto quello postato da un premio Nobel e spesso la necessità di condividere una storia prima di tutti gli altri, assieme alla brama di clic, va a discapito della verifica dei fatti che viene fatta in maniera superficiale.

Non nego che la necessità di tempestività e la dittatura dell’auditel e della tiratura abbiano influenzato anche il mondo dei cosiddetti media tradizionali e l’editoria, sempre più in crisi.

Come difendersi? Beh, intanto gli stessi social network si sono resi conto del problema e stanno correndo ai ripari. Google ha lanciato l'iniziativa Fact-check: nel caso in cui le notizie presente su Google News saranno verificate, di fianco spunterà la scritta "Fact-check". L’algoritmo di Facebook verrà modificato in modo che riesca a riconoscere le fake news facendole sparire dal News Feed degli utenti.

Ovviamente non basta. Per evitare le bufale bisognerebbe seguire le classiche regole che utilizza qualsiasi serio giornalista: trovare almeno due fonti, possibilmente autorevoli, che confermino la notizia. Se leggete una storia interessante su un sito ma non siete sicuri che sia una fonte seria, andate a guardare la sezione “Chi siamo” per saperne di più. E verificate se la stessa storia è stata trattata da un giornale accreditato o da un’agenzia di stampa: se c’è sulla Reuters o sull’Ansa potete fidarvi.

Laddove un blog sconosciuto lancia un messaggio straordinario, spesso dietro si nasconde un ragazzo che sta guadagnando migliaia di dollari grazie all’ondata di clic sul suo sito. Tutte le notizie pubblicate su internet che sono particolarmente stuzzicanti, o che riguardano personalità importanti nel mondo della politica o della religione, un attore o una rockstar, vanno sempre verificate su fonti attendibili. Abituatevi ad andare alla fonte: i ministeri, i centri di ricerca (quelli veri e seri), gli istituti di statistica e le aziende. Internet serve proprio a questo!

Agli inizi della mia carriera lo strumento più prezioso di ogni giornalista era la propria agenda: avere un canale di accesso a istituzioni e aziende per verificare i fatti di prima mano e instaurare una relazione diretta era il modo più efficace per approfondire con l’interlocutore di riferimento una particolare notizia. Oggi la rete permette a chiunque di interpellare istituzioni e aziende che sono ben felici di avere un’opportunità per fare chiarezza e dire la propria sulle questioni che li vedono coinvolti in maniera diretta.

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Guido Fontanelli

Giornalista economico, ha lavorato al Sole 24 Ore, Fortune Italia, Il Giornale, Panorama di cui è collaboratore fisso.