Dicono gli atlanti che la Sicilia è un'isola e sarà vero, gli atlanti sono libri d'onore. Si avrebbe però voglia di dubitarne, quando si pensa che al concetto d'isola corrisponde solitamente un grumo compatto di razza e costumi, mentre qui tutto è mischiato, cangiante, contraddittorio, come nel più composito dei continenti. Vero è che le Sicilie sono tante, non finirò di contarle. Vi è la Sicilia verde del carrubo, quella bianca delle saline, quella gialla dello zolfo, quella bionda del miele, quella purpurea della lava.

Gesualdo Bufalino. L’isola plurale in La luce e il lutto.

 

In principio furono Sicani, Elimi e Siculi. Poi toccò ai Fenici, ai Greci, ai Romani e ai Vandali. In età medievale arrivarono gli Ostrogoti, i Bizantini, gli Arabi, i Normanni, gli Svevi, gli Angioini e gli Aragonesi. In quella moderna gli Spagnoli, i Piemontesi, gli Austriaci e i Borboni. Poi, nel 1860 ci fu il Regno d’Italia.

Non c’è luogo nel mondo – probabilmente – che abbia vissuto un così denso flusso di diverse civiltà nella sua storia che l'hanno arricchita e ne hanno definito l'identità, un'identità variegata e dalle cento sfaccettature. La Sicilia ha nel suo DNA il significato stesso della parola integrazione. Un meticciato che – per fortuna nostra – ha contagiato molteplici ambiti. Quando qualcosa è «siciliana» vuol dire che, in passato, è stata di qualcun altro che, nei secoli, in questa isola ha deciso di fermarsi e radicarsi. Quando si incontra qualcuno che ha dei tratti somatici prettamente nordici, con i capelli biondi e la pelle chiara e con lui qualcuno dai tratti prettamente mediterranei, con la carnagione scura e i capelli scuri e si chiede ad entrambi da quante generazioni siano siciliani, entrambi risponderanno “da sempre”. Quel “sempre” nel primo caso riguarda, molto probabilmente, il periodo normanno e, nell’altro caso, ha origine dal periodo arabo. Non esiste, paradossalmente, il «tipico siciliano» o meglio esiste ed è il risultato dei tanti diversi «siciliani» che lo hanno preceduto nei secoli.

Tante Sicilie, perché? – scrive ancora Bufalino – Perché la Sicilia ha avuto la sorte di ritrovarsi a far da cerniera nei secoli fra la grande cultura occidentale e le tentazioni del deserto e del sole, tra la ragione e la magia, le temperie del sentimento e le canicole della passione”.

Se c’è poi qualcosa in cui, più di ogni altro aspetto, la stratificazione di differenze ha contribuito a creare l’identità della nostra Sicilia, quel qualcosa riguarda il cibo.

Sul sito taccuinistorici.it si legge “Ricotta, miele, vino e olive conciate risalgono alla Magna Grecia; macco di fave e seppie farcite sono contemporanei della Roma antica; couscous, zafferano, agrumi, zucchero e riso furono portati dagli arabi; «pescestocco» e «baccalaru» sarebbero stati introdotti da Normanni. Il «farsumagru» (rotolone arrosto di carne bovina, uova sode, formaggio, lardo, salsiccia) venne scoperto al tempo degli Angioini, mentre «tortillas» e caponata coincisero con il dominio Spagnolo”.

In Sicilia è quasi del tutto impossibile mettere d’accordo due siciliani di zone diverse su quale versione di un determinato piatto sia quella corretta o, addirittura, la più buona. Questa divergenza di opinioni è la spia di come questa regione sia il risultato di una somma di fattori differenti che hanno creato una identità unica, variopinta, multiculturale.

La Sicilia è da sempre terra di accoglienza e d’ospitalità. Il cibo, poi, ha fatto da collante. Profumi e sapori sono stati mescolati e declinati con una molteplicità di accenti creando una variegata memoria collettiva.

Da qualche anno, anzi da ben 20 anni, il Cous Cous Fest si è fatto portatore di questo messaggio eleggendo il cous cous a cibo della pace e dell’integrazione.

Presente in Sicilia soprattutto nella parte occidentale dell’isola, nel trapanese, il piatto sulle cui origini storiche si discute, ha quasi sicuramente origini nomadi: è il piatto principale dei popoli berberi e col tempo è diventato il piatto più rappresentativo di tutti i popoli del Maghreb, ovvero l’area che comprende il Marocco, l’Algeria e la Tunisia. Dal nord Africa furono – molto probabilmente – i cartaginesi prima e gli arabi poi a portarlo in Sicilia. A dare una diversa e interessante chiave di lettura storica è Enzo Battaglia, titolare della Casa del Cous Cous di San Vito Lo Capo. Dice Battaglia in un’intervista: “La verità è un’altra: il cous cous arriva da noi a fine ‘600, inizio ‘700 quando comincia a farsi consistente il trasferimento di nostri concittadini presso la costa tunisina […] fino a 30-40 anni fa, i nostri concittadini andavano e venivano quotidianamente dalla costa tunisina, lì trovavano accoglienza, possibilità di trovare i loro sogni e le loro aspirazioni”.

Qualunque siano le origini della presenza del cous cous in Sicilia, certo è che questo piatto, più di molti altri, rappresenta un momento di scambio di esperienze e sapori, frutto di migrazioni. Il cous cous è un piatto in movimento, aperto, dai mille volti e dai mille colori: infinite sono infatti le versioni e i modi di poterlo cucinare e gustare. E su queste infinite possibilità si basa ogni anno la festa del cous cous che prevede anche un campionato italiano e un campionato del mondo. Una competizione internazionale poiché internazionale è ormai questo piatto itinerante.

E proprio sulla differenza di gusti che Coca-Cola Italia ha lanciato la sua campagna “De Gustibus”. E in Sicilia, il cibo è veicolo di diversità, vera ricchezza della nostra cultura culinaria e non solo. Diversità che trova un punto d’incontro nel piacere di ritrovarsi attorno ad un tavolo in compagnia della bevanda con le bollicine più famosa al mondo.

La presenza di Coca-Cola come official drink al Cous Cous Fest si inserisce proprio in questo contesto di “festa di sapori e di civiltà che celebra il cous cous, piatto della pace e dell’integrazione”. Una partecipazione che avviene grazie a Sibeg, azienda che si occupa della produzione, imbottigliamento e sviluppo di tutti i prodotti a marchio The Coca-Cola Company sull’isola, e che unisce perfettamente un marchio globale come Coca-Cola a una regione poliedrica come la Sicilia. Tale presenza sottolinea, come avvenuto in altre occasioni, l'importanza per l’azienda di temi come l'inclusione e la multiculturalità.

L’appuntamento è a San Vito Lo Capo (Trapani) dal 21 al 30 settembre.

RoccoRossitto.jpeg
Rocco Rossitto si occupa, da freelance, di consulenze aziendali in ambito marketing e comunicazione con focus su strategie digitali, content marketing e advertising online. Su questi temi è attivo anche come formatore e relatore ad eventi di settore. Dal 2014 ogni mattina via email invia “Una cosa al giorno”, una newsletter quotidiana seguita da una community di persone curiose. Su Instagram racconta i luoghi che visita, l’isola in cui abita.