Un mondo sempre più urbanizzato

Viviamo in un mondo sempre più urbanizzato. Secondo UN-HABITAT, l'agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di studiare gli agglomerati urbani, nel 2016 le città ospitano circa il 55% della popolazione mondiale e producono poco più del 70% del PIL globale.

Valori destinati a crescere, se si pensa che sempre più persone si stanno trasferendo dalle campagne alle città – circa 200.000 al giorno - e che questo trend sta coinvolgendo soprattutto i paesi in via di sviluppo, quelli, cioè, destinati a contribuire di più alla crescita economica globale nei decenni a venire. L'Africa in particolare è il continente in cui queste dinamiche si stanno manifestando su scala più vasta.

Nuove sfide economiche, sociali e ambientali

Inutile a dirsi, un fenomeno di tale portata genera sfide ingenti dal punto di vista economico, sociale ed ambientale il che sta costringendo i leader e i sindaci delle principali municipalità ed elaborare soluzioni che siano scalabili, e generino rapidamente impatti positivi e diffusi. Basta considerare che gli edifici urbani contribuiscono da soli a circa il 30% delle emissioni di gas serra e al 50% della produzione di rifiuti a livello mondiale.

I 30 agglomerati a livello mondiale

Ma cosa sono le “smart cities”?

L'insieme di queste soluzioni viene usualmente indicato tramite l'appellativo di “smart cities”. Quest'etichetta contiene una pletora di applicazioni: dall'internet delle cose alle smart grids, dal car sharing all'uso crescente dei big data, negli ultimi anni le principali città del mondo sono diventate fucine creative che ospitano esperimenti tra i più avveniristici in termini tecnologici e sociali, e che conducono spesso a risparmi economici e di risorse non indifferenti.

La città americana di Chattanooga, ad esempio, ha sviluppato una smart grid a fibra ottica che permette di rifornire di elettricità le case e gli edifici commerciali fornendo esattamente la quantità di energia necessaria dove e quando serve, riducendo al minimo gli sprechi e incrementando la resilienza dell'intera rete: nel luglio del 2011, quando la città fu colpita da una serie di tornado che causarono blackout diffusi, la smart grid permise di ripristinare l'elettricità nel 50% delle case in soli 2 secondi, portando ad un risparmio di 1.4 milioni di dollari in un solo giorno.

Per non parlare poi dell'industria delle costruzioni, una delle più impattate dalla recente crisi economica e anche una di quelle che ha saputo meno attrarre risorse umane di talento e finanziamenti negli scorsi decenni! Edifici capaci di ripararsi da soli; tetti che assorbono la pioggia e la sfruttano per raffreddare l'aria all'interno dei palazzi, sostituendo di fatto l'aria condizionata; illuminazione intelligente che si accende e spegne da sola... sono solo alcune delle centinaia di applicazioni a disposizione e che promettono di svecchiare di molto il mondo del real estate, generando nuove possibilità di business e di partnership pubblico-privato. Potenzialità queste che pero' potrebbero avere impatti non indifferenti sulla privacy e la libertà delle persone, nonché acuire rischi di cybersicurezza, quali il furto di dati informatici o la manomissione dei software e dei database necessari a gestire il sistema.


E l’ Italia?

Secondo lo Smart City Index 2016, pubblicato da EY lo scorso marzo, il nostro Paese sta diventando sempre più smart, anche se in ritardo e ad una scala decisamente minore rispetto agli esempi riportati sopra. Il report, che stila una classifica della “smartness” dei capoluoghi italiani, vede Bologna al primo posto, seguita da Milano e Torino.

Una leadership che è frutto prima di tutto del buon uso delle risorse finanziarie a disposizione, compresi i fondi europei, e poi della lungimiranza e dal coraggio di impiantare saldamente soluzioni digitali e innovative al centro del contesto urbano, migliorando radicalmente la quotidianità dei cittadini.

La situazione italiana, purtroppo, si caratterizza anche per il forte divario esistente tra il nord e il sud: la città meridionale più alta in classifica è Napoli, al 32esimo posto, ma i capoluoghi del sud riempiono sostanzialmente tutta la seconda metà del ranking. La sfida sarà dunque quella di stilare un'agenda a livello nazionale che premi le best practice locali, evitando al contempo che si arrivi anche in questo caso a un'Italia a due velocità. Il Programma Operativo Nazionale “Città Metropolitane 2014-2020”, frutto della riforma Delrio, va proprio in questa direzione, allocando oltre 892 milioni di euro in 5 anni per sistematizzare il ricorso alle soluzioni “smart” nelle 14 città metropolitane italiane, col fine di rendere più omogeneo questo sviluppo, e generare ricadute positive anche in termini di qualità della vita, di ridotti sprechi e di crescita economica.

Quello delle “smart cities” resta dunque un modello in divenire e in costante evoluzione, che sarà sempre più importante monitorare e diffondere, in un mondo in cui si stima che 2/3 delle persone vivranno nelle città entro il 2050 e che purtroppo si caratterizza per una crescente penuria di risorse a disposizione.

Alessandro Panerai
Laureato in Economia all'Università Bocconi e in relazioni internazionali tra la London School of Economics e Sciences Po Paris, Alessandro Panerai, si é via via specializzato in questioni di sostenibilità, energie rinnovabili e climate change. Dopo aver lavorato con le Nazioni Unite in Indonesia, si è trasferito a Roma per lavorare come Financial Manager all'Istituto per la Cooperazione Universitaria, e qui diventa Global Shaper presso la hub romana del World Economic Forum. Attualmente, lavora come Consultant, Climate Change and Sustainability presso l'ufficio di Milano di EY.