Dalla Torino sabauda alla Milano da bere, passando per Venezia, Roma e Palermo, l’aperitivo è un classico rito italiano. Un’usanza ormai parte del DNA della nostra cultura che affonda le sue radici nel Piemonte di fine Settecento, dove Antonio Benedetto Carpano inventa il primo vermouth, un vino liquoroso infuso di erbe e spezie perfetto per essere bevuto prima dei pasti. E si afferma definitivamente nei primi decenni del ‘900 con l’arrivo di seltz e sode, fra cui c’è anche Coca-Cola, che proprio in quegli anni fa il suo debutto in Italia entrando presto a far parte del lessico dell’aperitivo, bevuta liscia o come ingrediente di cocktail classici quali il Long Island Iced Tea, il Cuba Libre o il Whiskey&Cola.

Per festeggiare questa coincidenza fra l’arrivo della bevanda di Atlanta e la diffusione di quella che negli anni è diventata una delle liturgie più tipiche della nostra cultura enogastronomica, Coca-Cola ha chiesto a tre esperti di mixology di creare una serie di nuovi “Coketails” rinfrescanti, ispirati al momento dell’aperitivo. E di raccontarci la storia, le tendenze, la cultura che si nascondono dietro a un bicchiere ben miscelato e al suo consumo.

Il primo mistero da chiarire è quello sul nome cocktail, intorno al quale girano innumerevoli miti. Alcuni sostengono che derivi da una parola che gli inglesi usavano per descrivere un cavallo mezzosangue, frutto dell’incrocio fra razze diverse. Altri dall’usanza di decorare il cocktail mettendo una piuma di gallo nel bicchiere come fosse una cannuccia. Altri ancora che sia una storpiatura del termine francese coquetier (portauovo), utilizzato da un farmacista di New Orleans per miscelare brandy e infusi vari da offrire come rimedio contro i malanni.

“La verità sull’origine della parola cocktail probabilmente non si saprà mai”, ammette Luis Hidalgo, barman di origini venezuelane che lavora a Milano e si è formato fra Miami e i bar dei più famosi grandi hotel caraibici. “Ma questo fa parte della bellezza della leggenda. Ognuno è libero di scegliere la versione che preferisce”.

Questo succede spesso quando si tratta di cultura popolare tramandata per via orale. La prima definizione scritta del termine cocktail risale infatti solo al 1806, quando il giornale americano The Balance and Columbia Repository rispose alla domanda di un lettore, chiarendo che la parola indicava una miscela di liquori, amari, spezie e zucchero diluiti con acqua. L’articolo sottolineava persino l’utilità dei cocktail “a scopo elettorale”, come strumento per invogliare gli elettori a votare per un certo partito.

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Hidalgo, ha 41 anni, due lauree, un’esperienza internazionale e un passato di esperto di flair, la tecnica acrobatica di preparazione dei cocktails che gli ha lasciato in ricordo una piccola cicatrice di fianco all’occhio destro, frutto di una bottiglia esplosa in volo durante un’esibizione. Nella sua carriera ha frequentato i bar di mezzo continente americano, ma non ha dubbi sulla cultura dell’aperitivo italiano.

“Qui c’è molta professionalità fra i baristi e consapevolezza fra i clienti. A Milano, che da qualche anno si è imposta come capitale dell’aperitivo in Italia, si beve decisamente bene. E sta anche tramontando la moda dei buffet giganteschi. C’è un ritorno ai piccoli assaggi, che esaltano i drink stimolando l’appetito senza rovinare la cena”.

Per Hidalgo, che oggi dirige il bar della Terrazza Triennale, è stato facile creare un nuovo “CokeTails” a base di Coca-Cola. Innanzitutto perché è una delle sue bevande preferite.

E poi perché, nella sua filosofia, il cocktail deve essere anche un piacere per la vista, oltre che per il palato. Nella preparazione, i colori degli ingredienti sono importanti. E il castano della Coca-Cola offre ottimi spunti. Una delle sue nuove ricette, ad esempio, usa l’albume come fosse la tela bianca di un quadro a cui le tonalità del marrone si sposano con eleganza.

Dai cocktail futuristi di Marinetti a Bellini e Negroni, sono molti i drink storici targati Italia che giocano su un abbinamento stimolante di colori, oltre che sul piacere del gusto. Tanto che Hildalgo è convinto che l’Italia non abbia nulla a che invidiare alla cultura statunitense, culla mondiale di cocktails e mixologia. Non è solo l’inventività dei nostri barman, capaci di creare ricette innovative e miscelare con sapienza. Si tratta anche della presenza di una cultura dell’ospitalità diffusa e radicata nel paese. Per lavorare bene dietro il bancone, occorre essere empatici e disponibili all’ascolto, tanto che c’è chi paragona questo ruolo addirittura a quello del confidente.

“I clienti si confidano, ti chiedono consigli, capita addirittura che si mettano a piangere al bancone”, conclude Hidalgo. “Si crea un rapporto di fiducia che va saputo alimentare e coltivare”.