Storie, luoghi e persone – 2° parte: da Motta Baluffi alla confluenza con la Dora Baltea

Continua il nostro viaggio a ritroso lungo il Po, il fiume più importante e trascurato d’Italia, l’impressione è che il corso d’acqua scorra in una bolla fuori dal tempo. E questo, in molti casi, lo renda capace di soddisfare una certa nostalgia di natura selvaggia.

Nel cremonese, a Motta Baluffi, in piena golena, c’è un acquario didattico con i pesci del fiume, settanta vasche con specie di tutti i tipi gestite da Vitaliano Daolio, pescatore professionista che sul Po ha investito la vita.

“Faccio pescaturismo sul fiume da 17 anni, vendo emozioni, perché pescare nel Po è pura adrenalina”.  Ma è proprio questa condizione di marginalità che ha finito col creare situazioni di grande bellezza. Se c’è un tratto che può rappresentare le potenzialità attrattive e turistiche del Po è quello delle province di Cremona e Piacenza. In mezzo alla pianura irrigua, il fiume descrive curve, è ricco di lanche e piccole oasi di biodiversità. Qui regnano le ninfee, i canneti, le lenticchie d’acqua. I paesi radicati negli argini sembrano immutati nel tempo, con le piazze troppo grandi per i pochi abitanti di oggi. Poi c’è Cremona, la città rosso mattone, un Louvre affacciato sul Grande Fiume, dove l’illuminata civiltà contadina ha prodotto opulenza, palazzi e capolavori della musica. E qui, dopo anni di abbandono, il lungo Po torna ad essere un boulevard alla moda, animato da runner, ciclisti, flaneur.

Verso Piacenza si trova l’ultimo Caronte della via francigena. A ridosso della golena sull’argine destro, a Soprarivo di Caledasco, c’è un casale ristrutturato che rappresenta uno degli snodi cruciali della cristianità: è l’antico approdo di Sigierico, l’arcivescovo di Canterbury che nel 990 attraversò il Po sulla via di Roma per ricevere l’investitura del Papa. E che oggi è diventata la casa di Danilo Parisi, ex rugbista che traghetta i pellegrini da Corte Sant’Andrea, sulla sponda sinistra, fino a qui. L’approdo, protetto dall’ombra dei pioppi, è luogo meditativo e Parisi un ospite generoso e cordiale. 

Spostandosi a monte, a San Zenone, patria di Gianni Brera e Gualtiero Marchesi, c’è un bar-imbarcadero tutto al femminile, il più poetico del fiume. Ci vive Silvana Dolci, “la mamma del Po”, che serve da bere e gestisce l’attracco, il pingpong e le canoe per far divertire i ragazzini e avvicinarli al fiume. Un posto magico per bere un aperitivo al tramonto.

Il lungofiume nei pressi di Valenza è costellato di barache, rifugi da pesca costruiti in legno a ridosso dell’acqua e poi trasformati in casette da villeggiatura. In una di queste si trova Angelo Bosio, “l’imperatore del Po”, grande conoscitore dei segreti del fiume, che nel 2008, all’età di 68 anni, è stato il primo a risalire il Po controcorrente, da solo in piedi sul barcè, una specie di discendente piemontese della piroga.

Più a ovest il tratto piemontese del fiume rappresenta l’ultimo vero caveau di selvaggio del nord Italia, con 235 chilometri di parco fluviale e 36 mila ettari di area protetta spalmati su quattro province. Fino alle ultime propaggini dei colli del Monferrato il fiume è com’era alle origini. Qui, grazie ad accordi con i cavatori di sabbia, si stanno ricreando le zone umide laterali al fiume, perse con la cementificazione delle sponde degli anni 70-80. Ancora più a monte finisce il riso e comincia l’agnolotto, siamo verso l’alfa del viaggio, dove i romani gettarono le basi del futuro sviluppo industriale della zona. Alla confluenza con la Dora Baltea, ecco gli scavi della città portuale romana di Industria, che ebbe il suo massimo splendore tra il I e II secolo d.C. Qui arrivava il ferro dalla Valle d’Aosta e qui nacque la prima fabbrica metalmeccanica d’Italia. Rane assordanti, lucciole e in cielo il riverbero delle luci di Torino.