Quando lo incontrai la prima volta nel 2007, Marco Belinelli era un timido ragazzo di 21 anni, più ossa che muscoli.

Era appena sbarcato in California, in attesa di cominciare la sua prima stagione in NBA con la maglia di Golden State.

Nessuno sapeva chi fosse, e nemmeno lui - prima di arrivarci - sapeva dove fosse San Francisco.

Quando voleva entrare in un locale faceva la fila come tutti gli altri, e se non ci riusciva se ne tornava a casa accompagnato dal suo amico Sapo, l’unico dei due a possedere la patente.

Marco Belinelli

Dieci anni dopo Marco Belinelli ha più muscoli che ossa e dopo aver vinto gara del tiro da tre punti all’All Star Game e titolo NBA con i San Antonio Spurs, lo riconoscono tutti. 

Nei locali entra senza fila, per lui un tavolo c’è sempre.

Oggi lo definirei un ragazzo realizzato ma nonostante il successo, non è cambiato per nulla.

Quando l’ho incontrato pochi giorni dopo il suo rientro in Italia al termine della deludente stagione a Sacramento, non ho potuto fare a meno di notare le novità sul suo braccio (rigorosamente sinistro).

I nuovi tatuaggi. 

Quello che più ha attirato la mia attenzione raffigurava due guantoni da pugile che poco hanno a che vedere col soprannome che gli americani gli rifilarono all’inizio della sua carriera: Rocky.

Anche se dopo il colpo preso nell’amichevole contro il Canada, sia tatuaggio che soprannome, accompagnati a quell’occhio nero, male non ci stavano.

Marco Belinelli comincia così l’avvicinamento al torneo che, qualora vinto, lo porterebbe a coronare l’ultimo sogno della sua carriera. 

Quattro nuovi tatuaggi più un occhio nero.

I guantoni rappresentano la voglia di combattere ma ancor di più la capacità di sapersi rialzare.

Non c’è delusione, sconfitta o fallimento che non sappia superare.

Marco ci crede e si rialza sempre. Nessun arbitro lo ha mai contato fino a 10.

Testa dura come ce ne sono poche.

Dopo le sue prime 3 stagioni in America tutti in coro gli dicevano di tornare.

“Cosa diavolo stai a fare in NBA Marco? Torna in Europa, quello è il tuo livello”.

Ma lui testardo come un mulo, lì voleva restare e lì è rimasto.

Due anni a Golden State e uno a Toronto senza quasi mai vedere il campo.

La rinascita a New Orleans e Chicago dove ha finalmente giocato i primi playoff della sua carriera. 

Quelli che gli hanno spalancato la strada verso San Antonio.

“Cerchiamo giocatori sottovalutati che possano andare bene per il nostro sistema, Marco Belinelli era uno di quelli”. Ha risposto così Gregg Popovich, leggendario allenatore NBA degli Spurs, quando gli hanno chiesto perché avesse scelto il Beli per la sua squadra.

Marco ha voluto ricambiare la fiducia nei due anni all’ombra dell’Alamo, ritagliandosi spazio, prima in campo e poi nel cuore di Pop, dopo che un suo palleggio arresto e tiro contro Indiana ha regalato la vittoria numero 1000 al leggendario allenatore.

Gli hanno dato del mercenario quando la scorsa estate ha scelto i dollari di Sacramento, tra le grandi città californiane indubbiamente la meno sexy.

Ci hanno provato in molti a portarlo a scegliere altre strade. A cominciare dal suo amico Chris Paul.

Ha fatto di tutto per portarlo ai Clippers la scorsa estate, ma Marco ha detto di no.

Ha detto di no anche a Lakers, Dallas, Miami e molte altre squadre. 

Ha detto di no persino ai 3 milioni e mezzo di dollari di Golden State, squadra che gli avrebbe regalato un’altra finale NBA.

Per la prima volta Marco ha fatto una scelta di testa anziché di cuore.

Si è sentito lusingato da quell’offerta : 19 milioni di dollari.

Nonostante la presenza di un allenatore esperto come George Karl, la squadra ha avuto l’ennesima stagione deludente. 

Troppo condizionata dall ingombrante presenza di Demarcous Cousins, i Kings nemmeno quest’anno sono riusciti a raggiungere i playoff.

Un ambiente totalmente diverso rispetto a quello che aveva trovato a San Antonio.

Una stagione che ha portato Marco a chiedere il trasferimento a gran voce. 

A fine giugno Sacramento lo ha accontentato.

Marco ad ottobre comincerà la decima stagione in NBA con la maglia degli Charlotte Hornets, la settima squadra della sua carriera americana.

Non prima però di aver combattuto con la maglia della Nazionale nel tentativo di coronare il sogno della sua carriera: partecipare ai giochi olimpici.

Fu proprio una partita giocata con la maglia azzurra ai mondiali del Giappone del 2006 contro gli Stati Uniti a dagli una visibilità mondiale.

Ora lui vorrebbe restituire alla Nazionale il favore. Una squadra che da troppi anni non vince una medaglia e che manca le Olimpiadi dal 2004.

Marco ha da sempre avuto un forte legame con la maglia azzurra. 

In un’epoca in cui altri colleghi della NBA spesso vivono l’impegno con le Nazionali come un impiccio tra una stagione NBA e l’altra, lui non vuole mai mancare. 

Ci hanno provato in molti a dire cosa rappresenti per Marco quella maglia. Ma se doveste chiederlo a lui, vi risponderebbe che prima ancora del risultato, la cosa più bella è sentirsi addosso gli occhi di un bambino. Essere un esempio per le generazioni future è ciò che più gli interessa. 

Sul parquet potrà tirare male, troppo, non piegare abbastanza le gambe in difesa, ma scordatevi che non dia sempre il 100%.

IG Marco Belinelli

Perché quella è la parte che i bambini riescono a vedere, la parte buona del tutto, che spinge un ragazzo di 30 anni a regalare e avere sogni.

Recentemente sulla sua pagina Instagram è apparsa una foto. Su un tavolo di fianco alla sua bibita preferita c'era una copia della sua autobiografia : “Voglia di scrivere nuovi capitoli”.

Non stupitevi se il primo sarà: Rio 2016.

E’ Marco Belinelli il protagonista di una limited edition firmata Sprite: il suo inconfondibile ritratto campeggia su tutte le lattine da 330ml e sulle bottiglie da 500ml.

La partnership che vuole celebrare il legame, iniziato già nel 1994, tra il brand più fresco, frizzante e dissetante della famiglia Coca-Cola – Sprite - e il mondo del basket.

Le novità non si fermano alla limited edition perché, acquistando dal 20 giugno al 4 dicembre 2016 una bottiglia da 500ml con la grafica di Marco Belinelli e giocando il codice sotto il tappo, si potrà partecipare all’estrazione di una t-shirt limited edition Sprite-Belinelli a settimana. In più, con lo stesso codice, registrandosi sul sito di sprite.it, si potrà caricare un proprio contenuto video in cui si racconta la propria verità. I due video migliori si aggiudicheranno un viaggio per 2 persone negli Stati Uniti d’America per vivere l’emozione del grande basket.

 

 Alessandro Mamoli

In gioventù ha una breve carriera agonistica nell'Olimpia Milano allenata da Mike d'Antoni. Ha allenato in diverse società giovanili di pallacanestro tra cui l'AS Usmate, contribuendo notevolmente alla formazione, oltre che agonistica anche caratteriale e civica, di tanti ragazzi.

Giornalista professionista dal 2007, commenta su Sky Sport le partite di basket NBA e NCAA al fianco di Flavio Tranquillo e Davide Pessina. Conduttore part-time a Sky Sport 24, nel 2012 è inviato per Sky Sport alle Olimpiadi di Londra dove si occupa di basket e atletica.