Il potere delle parole: commuovono, scaldano il cuore, valorizzano, danno fiducia, semplicemente uniscono. E poi ci sono tweet, post e status che feriscono, fanno arrabbiare, offendono, denigrano, inesorabilmente allontanano.

Perché se è vero che i social network sono luoghi virtuali dove si incontrano persone reali, allora viene da domandarsi chi siamo e con chi vogliamo condividere questo luogo.

Parole O_Stili nasce da tutto questo, dalla volontà di dire “basta” ad una Rete inquinata da insulti e false notizie e con l’obiettivo di accrescere la consapevolezza che le parole hanno un potere enorme: danno forma al pensiero, trasmettono conoscenza, aiutano a cooperare, costruiscono visioni, incantano, guariscono e fanno innamorare. Al contempo però possono ferire, offendere, calunniare, ingannare, distruggere, emarginare.

Il Manifesto della comunicazione non ostile

Per ridurre, arginare e combattere i linguaggi negativi che si propagano facilmente in Rete sono stati redatti 10 princìpi di stile, un impegno da assumere in prima persona.

Nato nel febbraio 2017 dal lavoro collettivo di 100 mani (comunicatori, esperti di marketing, giornalisti e utenti della Rete) in poco più di un anno di vita, il Manifesto ha fatto un viaggio straordinario di bacheca in bacheca, passando per le aule delle scuole d’Italia, per le università, gli uffici e molte aziende. È stato tradotto in 11 lingue, tra cui anche il greco e il latino, ed è stato perfino pubblicato su Topolino.

I 10 principi del Manifesto della comunicazione non ostile nel dettaglio

1. Virtuale è reale

Dico e scrivo in rete solo cose che ho il coraggio di dire di persona.

Virtuale è reale” non è solo il primo principio del Manifesto, è anche un atto di consapevolezza utile a ognuno di noi e agli altri. Se viene meno questa presa di coscienza, se le parole scritte in Rete continuano ad essere considerate “altro” da noi, allora è una partita dove perdiamo tutti.

Le regole che siamo abituati a osservare nella vita di tutti i giorni valgono in egual misura e hanno la stessa importanza anche nel mondo virtuale, così come le conseguenze di ogni nostra azione o parola.  Ricomporre la frattura che abbiamo creato tra questi due aspetti (complementari) del nostro quotidiano è la chiave di volta per risolvere alcune delle ansie e delle problematiche figlie della “modernità liquida” in cui stiamo vivendo, per dirla con Bauman, e riscoprire chi siamo veramente.

Ed è qui che diventa necessario e urgente educare alla responsabilità, personale e sociale. Ecco perché siamo entusiasti che aziende come Coca-Cola siano vicine al nostro progetto: ognuno può avere un ruolo attivo nel cambiare le cose e le aziende, insieme ai media, non possono sottrarsi a questo incarico.

In particolare Coca-Cola HBC Italia ci ha coinvolto come partner nel programma #YouthEmpowered che, tra le altre attività, prevede una serie di incontri di formazione su quelle Life Skills legate alla conoscenza di sé e alla relazione con gli altri, come gestione della propria reputazione online.

2. Si è ciò che si comunica

Le parole che scelgo raccontano la persona che sono: mi rappresentano.

Perché alcuni scelgono di utilizzare parole ostili per comunicare con gli altri sui social? Difficile dare una spiegazione univoca ma è certo che le nostre tracce digitali, così come le conversazioni, sono il nostro biglietto da visita. Le parole che scegliamo per esprimerci sono anche il filtro di conoscenza per chi ci legge o ci ascolta. Sono il nostro atto di identità quotidiano.

«Le parole siamo noi. Raccontano la nostra storia, dicono da dove veniamo e dove andiamo. Spiegano il tipo di persone che abbiamo scelto di essere o siamo stati costretti a diventare.» 

Barbara Schiavulli, giornalista di guerra


3. Le parole danno forma al pensiero

Mi prendo tutto il tempo necessario a esprimere al meglio quel che penso.

Il tempo è un aspetto fondamentale nei nostri atti linguistici, così come l’impazienza è nemica dell’accuratezza. Eppure per far funzionare bene una conversazione è fondamentale scegliere le parole con cura, anche quando sostenere le proprie idee è faticoso.

«Chi parla male, pensa male e vive male, bisogna trovare le parole giuste: le parole sono importanti.»

Nanni Moretti nel film "Palombella Rossa"


4. Prima di parlare bisogna ascoltare

Nessuno ha sempre ragione, neanche io. Ascolto con onestà e apertura.

Le mie parole sono sufficientemente chiare e precise? Sto ascoltando e ho compreso l’opinione degli altri? Se riusciamo a rispondere in modo affermativo a queste due domande saremo sicuri di aver intrapreso una conversazione costruttiva ed “ecologica, che non spreca parole e non è ridondante.

«Se avessimo dovuto parlare di più di quello che ascoltiamo, avremmo due lingue e un orecchio.» 

Mark Twain


5. Le parole sono un ponte

Scelgo le parole per comprendere, farmi capire, avvicinarmi agli altri.

Considerare le parole come strumento di connessione è un atto consapevole e rispettoso.

È attraverso la costruzione di una relazione che protende verso l’altro che si può realizzare una comunicazione efficace. Lo stile e le parole determinano il valore della connessione che stabiliamo con il nostro interlocutore.

Lo scopo di ogni atto comunicativo non è fine a se stesso ma è la necessità primaria di mettersi in contatto con gli altri, per migliorare e crescere.

6. Le parole hanno conseguenze

So che ogni mia parola può avere conseguenze, piccole o grandi.

Se “verba volant e scripta manent” allora dobbiamo stare molto attenti a quello che scriviamo online. Sono tanti gli episodi di #paroleostili che hanno avuto conseguenze più o meno gravi.

I commenti violenti non necessariamente corrispondono a persone realmente violente ma è innegabile che contribuiscono ad alimentare un clima d’odio e di ostilità.

«Le parole fanno più male della botte, cavolo se fanno male ma io mi chiedo: a voi non fanno male? Siete così insensibili?»

Carolina Picchio, vittima di cyberbullismo

7. Condividere è una responsabilità

Condivido testi e immagini solo dopo averli letti, valutati, compresi.

La disinformazione o le fake news, come siamo soliti chiamarle, hanno uno scopo?

Sì, vengono create per diffamare qualcuno, per creare un clima di tensione, per generare odio, guadagno o, molto più banalmente, solo per divertimento. La metodica programmata e mirata della disinformazione non nasce con il web ma è con esso che diventa capillare e globale.  Possedere gli strumenti giusti e fare attenzione a quello che si legge e si condivide è una delle nuove responsabilità delle coscienze digitali.


 

8. Le idee si possono discutere. Le persone si devono rispettare

Non trasformo chi sostiene opinioni che non condivido in un nemico da annientare.

Uno degli errori che tendiamo a fare quando affrontiamo una discussione, online o offline, è sovrapporre le idee alle persone. Avere posizioni contrapposte non ci autorizza a offendere, aggredire, e insultare gli interlocutori.

9. Gli insulti non sono argomenti

Non accetto insulti e aggressività, nemmeno a favore della mia tesi.

Un peccato veniale a cui cediamo facilmente. Perché nell’economia di un dialogo, affidarsi a soluzioni semplicistiche come le ostilità è molto meno dispendioso che intraprendere una costruzione ragionata della nostra tesi.

«Che le parolacce creino empatia è un mito da sfatare. L’empatia è anzitutto una questione di ascolto, non un modo di esprimersi.»

Giovanni Grandi, filosofo e antropologo


 

10.  Anche il silenzio comunica

Quando la scelta migliore è tacere, taccio.

È insieme al primo principio uno dei capisaldi del Manifesto, una regola d’oro che ci spiega come non ci sia bisogno di avere sempre un’opinione da condividere.

Uno dei modi migliori per costruirsi autorevolezza online, la cosiddetta “web reputation”, è proprio quello di non parlare di argomenti su cui non si è informati o che non si è studiato.

Il silenzio è un modo potentissimo di comunicare.

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Parole O_Stili è un progetto di sensibilizzazione ed educazione contro l’ostilità delle parole, online e offline. Nasce con l’obiettivo di ridurre, arginare e combattere le pratiche e i linguaggi negativi.