«Si può essere non ostili in un mondo in cui tutto sembra indicare il contrario?»

Questa domanda poteva essere il sottotitolo perfetto dell’incontro sulla Comunicazione non Ostile per le aziende.

Un panel che si è tenuto in seno alla seconda edizione di Parole O_Stili.

Ma andiamo per ordine

A giugno si è svolta a Trieste la seconda edizione di Parole O_Stili. Il sottotitolo (ufficiale) era “Quando le parole sono un ponte”.

All’evento hanno partecipato oltre 1.000 esperti della rete, giornalisti, manager, politici, comunicatori, influencer, rappresentanti della PA che si sono dati appuntamento nella città più Mitteleuropea d’Italia.

L’obiettivo era promuovere il dialogo per contrastare il linguaggio dell’odio in rete e non solo. Fra i partecipanti, anche Coca-Cola.

Parole O_Stili è una Associazione con lo scopo di sensibilizzare, responsabilizzare ed educare gli utenti della rete a praticare forme di comunicazione non ostile.

Il primo atto di questa Associazione è stato presentare nel febbraio 2017 il “Manifesto della comunicazione non ostile” - dieci principi di stile per diffondere buone pratiche per la comunicazione sul web e l’edizione 2018 la ha trasformata in una community contro la violenza 2.0.

Il progetto Parole O_Stili non nasce da una sensazione, ma dalla consapevolezza che in Italia, ma non solo, ci sia un clima sociale tendenzialmente ostile. I social network, o meglio l’uso che la gente ne fa, sono parte integrante di questo clima.

Con la loro capacità di diffondere e di condividere, prestano il fianco a facinorosi e aggressivi.

I dati parlano chiaro

Durante Parole O_Stili è stata infatti presentata una nuova ricerca di SWG, un Istituto di ricerca fondato a Trieste nel 1981, che dipinge uno scenario non esattamente idilliaco. L’intento dello studio dal titolo “Hate speech e Fake News" condotto tra cittadini, lavoratori e dirigenti, non era far conoscere quanto odio e discriminazione esistano, ma quale sia il livello di assuefazione della popolazione.

È emerso che, rispetto all’anno scorso, c’è una minore attenzione al fenomeno “hate speech” (per la precisione dal 70% al 53%, dunque -17% rispetto al 2017).
Stesso calo d’interesse, ma più moderato, si registra sulle fake news (dal 65 al 59%, dunque - 6%).

Su questi dati, un grosso peso lo ha il livello di istruzione. Normalmente più questo è elevato, maggiore è la percezione del pericolo generato da espressioni dirette di odio e di disinformazione.

Fra le novità del 2018: il “Manifesto della comunicazione non ostile…per le aziende”

Le aziende sono consapevoli del fatto che l’ambiente lavorativo rappresenta uno spicchio qualitativamente e quantitativamente importante nella vita dei dipendenti.  Dunque è un dovere morale delle aziende limitare il più possibile il linguaggio aggressivo e soprattutto avere un approccio più divulgativo e pedagogico nella comunicazione.

Anche quando l’ambito è quello digitale.

La grande libertà di espressione data dai social network è una immensa opportunità per le aziende.
Ma è ugualmente importante avere la consapevolezza che le aziende devono poter dare ai propri clienti e dipendenti una bussola per orientarsi negli oceani di informazioni (spesso false e tendenziose) sui social network.

Se in passato, in una era pre-internet, la comunicazione aziendale seguiva un percorso lineare anzi verticale (“top-down”), oggi il paradigma è completamente diverso.
Ovviamente la disinformazione e il dissenso erano elementi con cui fare sempre i conti: pur esistendo, la loro diffusione è sempre stata limitata.

Con l’avvento dei social network e la diffusione di internet, queste forme di espressione hanno avuto a disposizione un’area estesa: Facebook e Instagram contano, da soli, oltre tre miliardi di iscritti. Lasciamo al lettore le considerazioni su che cosa significhi poter disinformare un numero così elevato di persone!

È facile quindi comprendere perché per le aziende saper comunicare sui social network sia fondamentale. Anzi, strategico. E saper comunicare non basta.

Bisogna anche saper mediare fra un approccio legato alla buona educazione e la tendenza, accettata socialmente, di usare toni molto forti nella comunicazione esterna.

Il "Manifesto della comunicazione non ostile...per le aziende”, progetto a cui Coca-Cola ha aderito, vuole essere un contributo a una migliore comunicazione aziendale.

Il manifesto raccoglie dieci principi a cui aziende e imprese possono ispirarsi per gestire al meglio il dialogo sui social, con i media e nei rapporti online.

Fra tutti i punti ne segnaliamo uno che può facilmente riassumere l’essenza del progetto in maniera più estesa rispetto al nostro modo di essere sui social: virtuale è reale. In questo principio è condensato l’obiettivo del progetto: cambiare il modo in cui le persone si relazionano sui social media.
Complice la sensazione che ci sia una netta distinzione fra digitale (o virtuale) e reale, si è persa fra le persone e le aziende la sensibilità sul cosa e come dire. Siamo dietro una tastiera e siamo liberi di scrivere quello che vogliamo. Tanto si può cancellare. La risposta a questa divisione fra reale e digitale è dunque un concetto fondamentale presente nel manifesto: virtuale è reale, reale è virtuale

fotoprofiloOrazio.jpg
Orazio Spoto affianca dal 2000 aziende e agenzie per realizzare strategie di marketing e comunicazione digitale. Prima come account di agenzia e dal 2008 come free lance con il suo studio “Orazio Spoto - The smart traveller". È cofondatore e segretario dell'associazione igersitalia e di igersmilano, una delle più grandi e importanti community di appassionati di Instagram. È nel team docenti di Parole Ostili Academy. Oltre ad occuparsi di influencer marketing e consulenza strategica, è autore di numerosi contributi su Instagram e docente per Ninja Marketing, Studio Samo, Pambianco Academy. Ha un blog dal 2008 (www.oraziospoto.it) dove condivide le sue esperienze di urban globe-trotter e di swimrunner, una disciplina tutta nuova che coniuga nuoto in acque libere e Trail Running.