Passeremo alla storia come la generazione che aveva vinto la guerra per avere l’amore uguale per tutti. A guardarsi alle spalle pare un secolo fa, da quando importava qualcosa di differenze d’età, religione, razza, provenienza, condizioni. O come stavamo in salute. Invece è ieri.

Sembrerà strano, ma per parlare d’amore nel 2018 serve fare un’altra divisione.

Da una parte l’amore classico, come lo conoscevamo nella successione tradizionale: c’è un incontro più o meno casuale tra due persone. Succede una cosa non scontatissima: quei due si piacciono. Tre appuntamenti dopo si dichiareranno al mondo fidanzati.

E poi ci sono le novità di questo millennio: l’Amore online, l’Amore platonico di nuova generazione, l’Amore completamente in bianco, l’Amore che io ti amo e tu nemmeno te ne sei accorto. L’Amore solo scritto come nel 1800, l’Amore per affinità elettive senza essersi mai incontrati come nel 1400, l’Amore su Instagram, l’Amore “ti leggo sempre su twitter”, l’Amore a distanza, l’Amore che non inizia perché nessuno dei due trova il coraggio di chiedere “quando ci vediamo?”. L’Amore con uno che si sente solo amico e l’altro sente tutt’altro - friendzone, la chiamano. La parola fa ridere, trovarcisi dentro un po’ meno.

Non ci sono mai stati tanti tipi nuovi d’amore che non funzionano, e non siamo mai stati così soli.

Considerata la gravità di tutta la faccenda, si sono messi a fare i conti. E i conti tornano: non dicono niente di buono. Rebecca Traister è una giornalista, lavora per il New York Magazine e collabora con Elle. Si occupa di politica, mezzi d’informazione e intrattenimento. Ha scritto un libro: All the single ladies. Unmarried women and the rise of an independent nation (2016). Bel titolo, ottimi argomenti, ma sostanza triste. È vero, le persone sole sono quelle che comandano il mondo (bicchiere mezzo pieno). E sì, come si prevedeva, le persone sole stanno cominciando a superare quelle in coppia (bicchiere mezzo vuoto).

Sarà che innamorarsi nel secolo scorso era un’altra cosa.

Nel 1999:

1) Sembra incredibile, ma ci incontravamo. Le persone uscivano, gli amici comuni si preoccupavano di metterci assieme nelle cene combinate, qualche estraneo trovava addirittura il coraggio di chiedere “come ti chiami?”.

2) Tu gli piacevi. Magari molto. Era l’inizio: avevi un paio di chiamate al giorno, e ti bastavano.

3) Scriversi non piaceva a nessuno, almeno non sempre e non quanto vedersi. Tranne ai già fissati per l’internet, i pionieri delle chat. Quelli che facevano un po’ paura a tutti, prima che tutti diventassimo come loro.

Nel 2018:

1) L’inizio è una parete verticale. Chat. Chat. Altre chat. Dalla qualità delle chat esplorative dipende il futuro (per futuro si intende: vedersi).

2) Non ne bastano un paio, com’era con gli sms – si scrive di continuo e per minuti interi. In diretta. Ne esci sfinito. Il guaio è che dovrai essere più o meno indimenticabile perché le tue possibilità sono spesso lì, in quelle tre righe (se le rilegge il giorno dopo e le trova interessanti, riscrive).

3) Servono le foto. E devono cambiare di continuo, non puoi pensare di cavartela sempre con la stessa. Se poi viaggi con la geolocalizzazione, è meglio. Sembrerai interessante.

Insomma, ci si stanca molto pure a innamorarsi. E passa la voglia.

Le coppie collaudate cominciano a comportarsi come una casta di privilegiati. Gli amici, quelli innamorati e (più o meno felici), ci dicono tutti la stessa cosa: “Ma come fate, voi, in questo inferno, a trovare qualcuno?”. Hanno ragione. È una giungla di foto, di like, di chat che non finiscono mai, di controlli se per caso non ci nascondono qualcosa. Se stare insieme pare un miraggio, allora sposarsi? Nemmeno a parlarne.

Per questo nessuno si stupisce dell’altra notizia: l’anno zero dei matrimoni è vicinissimo. I numeri sono del Censis, la data prevista per l’Armageddon sentimentale è il 2031. Ci diremo ti amo davanti ai fogli stampati di un patto di convivenza, se ci va bene.

Fatto sta che il diritto che nessuno vuole più esercitare (mettersi un anello), qualcun altro deve fare la guerra per vederselo riconosciuto. Riempire le piazze e i giornali, firmare petizioni.

Tanto che ci si chiede: sposarsi conta ancora così tanto? Ovvio che sì. Il più grande esperto vivente in matrimoni e incidentalmente anche il più grande autore di questo millennio, Jonathan Franzen, ha risposto così (Zona Disagio, 2006): "Un fenomeno soggettivo, per esempio l’amore romantico, non diventa, a rigor di termini, 'reale' finché non prende posto in una struttura oggettiva”.

Semplificando: il matrimonio è l’attestato ufficiale che una relazione funziona, insomma, che l’amore ha le carte per durare.

Perché come altro vuoi misurare i sentimenti se non con i rischi che sei disposto a correre? È davvero amore se uno non trova il coraggio (la voglia) di chiederti «Staresti con me per l’eternità? Me lo firmi?».

Qual è il senso di dire a una persona che vuoi averla con te per tutta la vita? Il ragionamento è semplice: il matrimonio è in un certo senso il riconoscimento che hai paura di perdere chi ti piace, banalmente è anche il modo previsto dal codice civile per non fartelo scappare. I sentimenti sono anche una questione di proprietà (se sembra un pensiero terribile, è perché lo è, ma prendetevela con Platone).

È per quel riconoscimento che, solo un paio di anni fa, qualcuno era andato in tribunale contro una sentenza di annullamento. Con cinque voti a favore e quattro contro, la Corte Suprema Usa decise di bocciare quella legge che si chiamava The Defense of Marriage Act (DOMA), riconoscendo anche a coniugi dello stesso sesso tutti i diritti federali.

È il rarissimo caso in cui mezza pagina scritta da un magistrato fa piangere più di una poesia.

«Nessuna unione è più profonda del matrimonio, perché incarna i sommi ideali di amore, fedeltà, devozione, sacrificio e famiglia. Nel formare un’unione coniugale, due persone diventano una cosa più grande di quel che erano prima. Come dimostrano alcuni dei ricorrenti in queste cause, il matrimonio incarna un amore che può perdurare perfino oltre la morte. Sarebbe fraintendere questi uomini e donne dire che non rispettano l’idea del matrimonio. La loro istanza è di poterla rispettare, e rispettarla al punto di ricercarne il compimento per sé. La loro speranza è di non essere condannati a vivere nella solitudine, esclusi da uno degli istituti più antichi della civiltà. Chiedono eguale dignità agli occhi della legge. La Costituzione garantisce loro questo diritto. La sentenza della Corte di appello del Sesto Distretto è annullata. Così è stabilito».


Una sentenza. Ma vedi se dev’essere un giudice, a ricordarci tre o quattro cose. Queste.

Che nessuno deve stare da solo, perché non è scritto da nessuna parte. Anzi, è scritto il contrario, in ogni Costituzione che dio ha mandato in terra.

Che l’amore è un lavoro, costa fatica trovarlo, e costa fatica mantenerlo. Che l’amore vuole una promessa di futuro, è per questo che ci si sposa, non per metterci quei vestiti ridicoli e affliggere gli amici per un giorno intero al ristorante. Che in due si sta meglio di quando si sta da soli, perciò vale ancora la pena mettersi a cercare. Che serve speranza, e molta, per pensare “questa dev’essere la volta buona”.

Quando verranno a chiederci: “cos’è che avete fatto, negli ultimi vent’anni?” – sarà questa, la risposta. A noi è toccato l’ultimo muro, da far crollare. Il più alto.

“L’amore è amore, qualunque esso sia” adesso è legge. L’abbiamo fatto mettere nei codici. Prima nero su bianco, poi arcobaleno.

 

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 Vive a Milano, i vent’anni li ha passati a studiare legge e un po’ di economia. Fa l’avvocato da sempre, giuslavorista prestato ai divorzi. Le interessa molto l’argomento “sciagure sentimentali” e dintorni. Siccome i numeri dicono che questa è l’epoca storica in cui le persone sole hanno superato le coppie, ha pensato di raccontarlo in un romanzo.