Si parla tanto di competenze digitali, ormai fondamentali e necessarie a svolgere la maggior parte dei lavori. Già dal 2015 la digitalizzazione ha pervaso in maniera orizzontale più del 90% delle professionalità, anche quelle considerate un tempo più tradizionali. Molti di voi potranno fare un rapido check sulla propria situazione personale, e verificare se e quanto nell’ultimo anno le relazioni, i progetti e i task di lavoro siano stati gestiti di più con i mezzi digitali.

Non possiamo più nasconderlo, il nostro lavoro è cambiato grazie al digitale. Le professioni più richieste nelle aziende sono nuove, LinkedIn ci dice che solo 5 anni fa non esistevano nemmeno, e richiedono technicalities digitali puntuali e avanzate, oltre che competenze strategiche.

Ma non pensate che essere nativi digitali sia una corsia privilegiata verso il professionismo digitale. Così come saper guidare un’auto non è una corsia privilegiata per vincere il gran premio di Formula Uno. Così come non basta usare la tecnologia e il digitale in azienda per produrre vera innovazione. Occorre aggiornamento, formazione e soprattutto attitudine, per fare del digitale una vero aspetto di cambiamento e di miglioramento qualitativo personale.

Ma da dove partire? Dall’attitudine personale. Mi sono sentita dire da amici, clienti, colleghi: “Io non sono “digital” come te” così frequentemente, da farmi venire il dubbio che l’essere digitali sia percepito più come una sorta di obbligo che come un’opportunità. E il non esserlo una mancanza da stigmatizzare, o di cui scusarsi preventivamente.

Quindi ho scelto di affrontare con voi in questo e nei prossimi articoli che leggerete il tema “managerialità digitale”, per cercare di dare qualche consiglio utile a chi pensa di essere poco digitale, a chi vorrebbe esserlo di più, o a chi proprio non riesce a capacitarsi del cambiamento.

Cosa significa essere digitali?

Nicholas Negroponte nel suo Esseri Digitali, edito da Sperling & Kupfer nel 2004, parla di una inesorabile evoluzione della macchina rispetto all’uomo, che ci avrebbe portato alla sostituzione dell’atomo con i bit. C’è chi, e non per forza in controtendenza, afferma che il digitale stia cambiando, in meglio, il nostro sistema cognitivo. Come Marc Prensky (sì, proprio colui prima di tutti che ha dato una definizione di “nativi digitali”) che, studiando il modello comportamentale nella società appena “digitalizzata”, ci porta a pensare che computer, smartphone e rete con ci abbiamo resi così schiavi, succubi e automi come molti pensano, ma che al contrario il sapere digitale renda la nostra mente aumentata, capace in modo nuovo e piena di potenzialità prima non sviluppate. A patto però che della tecnologia si faccia un uso “saggio”: consapevole, sano, giusto.

Che quindi la prima caratteristica di un digital manager non sia proprio la saggezza digitale? Quella capacità di usare la tecnologia e gli strumenti digitali come “armi segrete” per potenziare velocità del pensiero e dell’azione, capacità di adattamento, di essere multitasking e disponibili alla collaborazione?

Tenteremo di dare una risposta a questa domanda nel prossimo articolo!

Futura Pagano_Body Article.jpg
Futura Pagano è digital project manager, blogger e formatrice. Appassionata e studiosa di trasformazione digitale, strategia d'impresa, innovazione sociale e aziendale. Ama la Puglia, la cucina sana ma non troppo, il pensiero laterale e lo yoga. Il suo motto è "simplicity works best". In rete è meglio conosciuta come @futurap.