Arwa Mahdawi ha imparato presto a combattere con l’ironia i pregiudizi sui luoghi di lavoro. Appena laureata, quando cercava un impiego in pubblicità, fugava possibili equivoci indotti dal suo nome scrivendo sul curriculum: non sono un uomo, non porto la barba e non ho intenzione di fare saltare in aria la vostra agenzia.

Credo che l’umorismo permetta di affrontare il tema dell’inclusione da una prospettiva diversa, soprattutto quando si tratta di combattere i pregiudizi inconsci”, dice Arwa, che nel frattempo è diventata giornalista e consulente aziendale per l’inclusione.

Pur riconoscendo gli sforzi fatti da istituzioni e imprese per valorizzare la diversità sul lavoro, Arwa sottolinea che la questione è tutt’altro che risolta.

Lo dimostra il fatto che il numero di persone chiamate John alla guida di grandi società statunitensi è ancora superiore al numero totale di donne di pari grado”.

In occasione della giornata mondiale della diversità culturale indetta dall’UNESCO per celebrarne il valore intrinseco e i benefici economici e relazionali, abbiamo intervistato Arwa per testimoniare l’importanza che Coca-Cola attribuisce a questo elemento, da sempre considerato fondamentale per lo sviluppo sostenibile e il successo dell’azienda. Oltre che dagli straordinari risultati che fanno del brand un punto di riferimento globale da più di 100 anni, questa convinzione è supportata da numerosi studi indipendenti che individuano nello sviluppo di ambienti di lavoro eterogenei un fattore di miglioramento di competitività e redditività. Questo, però, non significa che tutti siano disposti a cambiare nel mondo degli affari. Secondo uno dei mantra degli attivisti per la causa, infatti, “quando sei abituato al privilegio, l’uguaglianza può sembrare oppressione”. Al punto che le politiche per riequilibrare la situazione rischiano, a volte, di diventare controproducenti.

Arwa appartiene a ben tre di quelle che oggi sono ancora considerate minoranze sul lavoro: “Sono donna, gay e mulatta, perché mia madre è britannica e mio padre palestinese”. Per assurdo, questo suo rientrare in più di una categoria sottorappresentata nel mondo degli affari è stato spesso scambiato per un vantaggio, proprio per via della recente diffusione di affirmative actions volte a promuovere l’inclusione e la diversità. Così, dopo aver spiegato per anni a colleghi scettici che ciò che aveva ottenuto professionalmente era più dovuto all’impegno e al talento che al colore della sua pelle, ha deciso di risfoderare l’arma dell’ironia.

Mi era capitato spesso di avere l’impressione di essere invitata a riunioni o tavole rotonde solo per controbilanciare la presenza dominante di maschi bianchi. Così ho pensato di creare Rent-a-Minority”.

Il sito, lanciato nel 2016, offre un servizio online per “noleggiare” membri di diverse minoranze: serve un manager asiatico per dare alle foto della brochure aziendale un tocco di eterogeneità? Un portavoce donna per combattere le accuse di misoginia nei confronti del management? Un portatore di handicap per ritirare un premio accreditandosi come impresa socialmente responsabile davanti alle telecamere? Rent-a-Minority è qui per aiutarvi.

Naturalmente era uno scherzo, ma non tutti l’hanno colto”, dice Arwa ancora incredula. “Nel giro di una settimana ho ricevuto centinaia di domande da candidati che offrivano la loro prestazione. E anche un paio di richieste da parte di aziende finanziarie che volevano chiarimenti sul servizio. Quel che mi ha più sorpreso, però, è che la maggioranza delle reazioni, sia da parte di membri di minoranze che non, sia stata positiva. Questo credo sia dovuto al fatto che di autocritica e di ironia sul tema se ne sentono ben poche”.

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Oltre che per stimolare una riflessione, la provocazione di Rent-a-Minority era un modo per criticare il business che si è sviluppato sulla questione dell’inclusione sul lavoro. Un approccio superficiale e di facciata, infatti, rischia di screditare anche le politiche più serie.

Le imprese che fanno riferimento alla diversità solo per pulirsi la coscienza e difendersi contro possibili azioni legali dei dipendenti, danneggiano tutti incluse se stesse: l’inclusione è una nuova forma di darwinismo, o evolvi o ti estingui”.

Dopo il successo di Rent-a-Minority, Arwa ha tenuto un TED Talk e ha cominciato a essere invitata a decine di convegni e dibatti sul tema, non ultimo il Diversity Brand Summit dello scorso febbraio, dove Coca-Cola si è aggiudicata il primo premio per l’impegno dimostrato nella lotta a pregiudizi e discriminazioni.

Il mio obiettivo è contribuire ad abbattere qualsiasi barriera per offrire a chiunque l’opportunità di avere successo”, conclude Arwa riassumendo il senso del suo attivismo.

Dopo tanto parlare d’inclusione e diversità, però, ultimamente Arwa si sente pronta a cominciare una nuova battaglia, ancor più ambiziosa. “Vorrei continuare a usare l’ironia e lo humor per combattere la diseguaglianza, un obiettivo simile all’inclusione ma su scala maggiore”.