Sette perchè doveva essere la finalissima dei numeri 7 l’uno contro l’altro, di Griezmann contro Ronaldo, del francesino che ha trascinato la Francia contro Cr7 superstar, che però lascia il campo in lacrime dopo appena venti minuti e alla fine torna a piangere, ma di gioia, perché il suo Portogallo diventa campione d’Europa per la prima volta nella storia. E va bene così, è questo l’happy ending di un Europeo “happy” come ci ha cantato Luca Carboni su Sky a ogni partita. E allora forza 7, forza Ronaldo ed ecco le 7 cose che noi ci portiamo a casa alla fine di quest’avventura.

 

1. L’Europa e gli Europei

L’Europa sfilacciata della Brexit dovrebbe imparare da questi Europei giocati in pieno referendum, con la Gran Bretagna che vota Leave e mentre Scozia, Irlanda del Nord, Galles e Inghilterra restano in campo a giocarsela a pallone. Il calcio è per il Remain, insomma. È per il gioco di squadra. Forse l’Europa delle istituzioni dovrebbe imparare dagli Europei di calcio, dallo spettacolo che hanno dato, dalla trasparenza del campo e dei suoi atleti contro i meccanismi grigi e immobili dei giocatori stanchi della politica. Più squadre meno cancellerie, più passione e meno interessi, più voglia di vincere tutti uniti e meno muri insomma. Europei battono Europa 2 a 0, senza nemmeno bisogno dei supplementari. 

 

2. Un calcio alla paura

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Si diceva di non farli qualche mese fa questi Europei nella Francia ferita dal terrorismo. Si diceva di non giocare nel Paese ferito a morte del Bataclan, di diceva di fermarsi perché l’Isis fa paura. Si è giocato invece, la Francia non ha vinto la coppa ma la prova di coraggio e della sicurezza quella sì. Perché mentre i campionati scorrevano tra controlli, metal detector e stadi blindati in tutto il Paese, succedeva che l’Isis colpiva altrove, più lontano, ma continuava la sua minaccia folle a tutto il mondo occidentale. La soluzione non è fermarsi, la paura non deve fermare un pallone e per fortuna non l’ha fatto. L’Europa dovrà difendersi, prevenire, prepararsi, alzare la guardia, ma non fermarsi. Come in una partita in cui si è sotto e i minuti scorrono. Si continua a giocare, la squadra non va a casa per paura di perdere. Vive la France, diciamolo.

 

3. Squadre a colori.

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Un pensiero non può non andare a una vecchia battaglia anche del mondo del calcio. Quella del razzismo. È bello veder giocare le nazionali, io stesso seguo poco il calcio ma quando ci sono gli Europei e i Mondiali mi risveglio. Ed è bello vedere che in molte squadre della vecchia Europalunico colore che definisce l’avversario è quella della maglia, non quello della pelle. Si è giocato la finale dopo la strage di Dallas, in campo c’era la Francia con tutti i suoi campioni di colore in campo. Il calcio è lì a ricordarci che è la palla a fare la differenza e non la pelle e che i muri non servono a niente se non quelli della barriera quando c’è una punizione. E che il tifo è tifo e niente più. Ho avuto il piacere di essere a Lione per la semifinale Galles Portogallo. La cosa più bella? Nella fila sotto alla mia c’erano quattro tifosi. Due erano gallesi, due del Portogallo. Vicini. Non si sono parlati molto lo ammetto, hanno tifato per la loro squadra, due di loro hanno perso, due hanno vinto. Erano quattro tifosi. Tutto qui. Il resto, che purtroppo c’è stato per le strade di questi Europei, non lo vogliamo davvero vedere.

 

4. L’Italia degli italiani

Che bella l’Italia di Conte, l’Italia brutta, sporca e cattiva, l’Italia senza un numero dieci, senza un pallone d’oro, senza il fuoriclasse da consegnare alle Tv, macon un cuore grande così che ci ha portato ai quarti contro la Germania e a perdere ai rigori che purtroppo è una cosa che a quanto pare ci viene abbastanza bene. Che bella l’Italia di Conte che si sbraccia, che urla, che salta sulla panchina, che prende per mano questi ragazzi partiti sfavoriti e cresciuti di partita in partita. Ok, ci sono quei due rigori di Pellè e di Zaza, del cucchiaio che quando si fa non si dice e Totti docet, di un po’ di arroganza in meno che aiuta sempre, ma facciamo così: prendiamo una bella rincorsa come quella di Zaza e scordiamoceli. Ora si ricomincia, di lavoro da fare ce n’è e ci si vede in Russia nel 2018. Forza Azzurri.

 

5. Il Portogallo.

Ce lo ricorderemo perchè ha vinto ma ce lo ricorderemo anche come ha vinto. Considerata una squadra nelle sole mani di Ronaldo la finalissima l’ha vinta senza. Un Europeo non l’aveva mai vinto e ha beffato la Francia a sorpresa e contro i pronostici. Non ha giocato un grandissimo torneo, tacchi di Cr7 a parte, grande spettacolo non l’ha offerto. Ma è bella l’immagine della squadra unita che ha saputo reagire al suo eroe uscito zoppo in barella e poi con quel goleador della finale che si chiama come il nostro Eder questa squadra ci sta ancora più simpatica. Insomma complimenti Portugal.

 

6. Eursocial

Lo erano stati già i Mondiali due anni fa, ora anche questi Europei sono stati il trionfo della diretta condivisa, della visione globale sui social, dei live twittingdelle partite, degli hashtag personalizzati, su Snapchat, degli aggiornamenti suFacebook, dei meme di Ronaldo in campo con quell’espressione buffa, delle gif su Pellè, della Zaza Dance celebrata in ogni modo possibile. Belli questi Europei social. Il calcio piace, e nell’era dei mi piace, piace anche di più.

 

7. The winner is...

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Ultima ma non ultima la vera vincitrice di questi Euro2016:l’Islanda. Ha fatto innamorare tutti, la grande impresa della neofita, la piccola nazione tutta stretta intorno alla sua squadra, il telecronista islandese che perde la voce dall’emozione della fase finale conquistata dai vichinghi d’Islanda. E poi quell’haka in campo, il geyser sound che ogni squadra vorrebbe avere, quegli “uh” urlati tutti insieme, quei tifosi che ogni squadra vorrebbe avere. Un Paese unito, solidale, caparbio e con tutti i valori dello sport nel sangue. Se l’Islanda non fa ancora parte dell’Europa, un ultimo suggerimento all’Europa: che entri a far parte dell’Islanda. Scherzi a parte, viva lo sport, e viva questi Euro2016.

 

Alessio Viola

Alessio Viola, romano, giornalista e conduttore televisivo.  Comincia la sua carriera con la carta stampata nel 1999. Nel 2005 arriva a SkyTg24, prima alla conduzione del day time, poi nel prime time. Cura e presenta la Rassegna Stampa. Per Sky, oltre a condurre edizioni e speciali, segue i grandi eventi di costume e spettacolo. Realizza di tanto in tanto degli incontri speciali in cui intervista grandi personaggi (Gianni Morandi, Tiziano Ferro e altri), oggi è anchorman di SkyT