Giocare nei campetti all’aperto dà sensazioni uniche che è impossibile provare quando giochi in palestra con l’allenatore e la tua squadra”. Le parole sono di un cestista d’eccezione: Danilo Gallinari.

E date queste premesse, non è difficile capire perché la stella dell’Nba in forza ai Los Angeles Clippers, sia venuta volentieri ad assistere alle finali della Playground Milano League, il torneo di basket 3 contro 3 concluso lo scorso sabato dopo le qualificazioni in diversi campetti del capoluogo lombardo. 

Francesco Tadini - Photo Milano
Francesco Tadini - Photo Milano
 L’ala lodigiana, che nell’off-season del campionato americano vive a Milano, ha assistito ad alcune partite di The MINALS, le finali del torneo disputate al parco Robinson nella splendida cornice del playground coperto donato alla città da Coca-Cola Italia, che ha riadattato la struttura lignea del proprio Padiglione di Expo 2015, progettata fin da principio per servire la comunità al termine dell’esposizione. E vedendo da vicino l’entusiasmo delle squadre e del tifo che le accompagnava a bordo campo, ha voluto condividere il suo attaccamento per la cultura e i valori del basket all’aperto.

“È una cosa che piace a me come a tutti i miei compagni dell’Nba. D’estate quando si torna a casa, tutti hanno i propri playground di riferimento. È una sensazione bellissima. A Los Angeles sono arrivato da poco e non ho ancora trovato il mio preferito. Ma nella zona in cui vivo, vicino a Marina del Rey, ce ne sono tantissimi e ci vado spesso”.

Avendo visto più volte il cestista divertirsi a giocare sia nei playground di Denver, dove ha vissuto sei anni militando per i Nuggets, che in quelli di Milano, nella zona di Porta Romana, possiamo confermare la genuinità del suo attaccamento, testimoniato anche dal padre Vittorio, ex giocatore professionista che ha accompagnato il figlio nella visita a The MINALS.

Danilo è letteralmente cresciuto nel playground dell’oratorio del nostro paese, Graffignana”, dice Vittorio. “Un campetto che ultimamente era molto rovinato, tanto che l’anno scorso l’ha rimesso a posto a sue spese coinvolgendo anche l’Nba”.

La cultura dei campi da basket all’aperto viene dagli Stati Uniti e si diffonde in Italia più o meno quando Danilo nasce, alla fine degli anni Ottanta, quando le partite Nba cominciano a essere trasmesse in tv con più frequenza, contribuendo a diffondere anche da noi la passione per il basket di strada, con i suoi valori inclusione e collaborazione.

Ai miei tempi non esisteva, si giocava quasi solo in palestra”, sottolinea Vittorio, classe 1958 e maggior responsabile dell’amore del figlio per la palla a spicchi in tutte le sue forme.

La situazione a Milano sta migliorando perché ci sono sempre più attenzione e disponibilità a sistemare i campetti”, gli fa eco Danilo. “Questi tornei sono utili perché aiutano a promuovere una cultura sportiva sana e la conoscenza delle strutture disponibili. Pochi sanno, ad esempio, che con oltre 150 playground, Milano ha il primato europeo, dietro Londra, per numero di campi. Questo del parco Robinson, ad esempio, è molto bello: funzionale, facile da raggiungere, piacevole per giocare”.

Con oltre 120 squadre e 600 ragazzi e ragazze coinvolte, di sicuro la Playground Milano League è servito da richiamo per far divertire tanta gente e promuovere un buon basket anche oltre i confini meneghini, con squadre in arrivo dalla provincia di Alessandria, Torino, Sondrio e Bergamo e rappresentanti di tante comunità straniere, dall’Asia all’America Latina.

Siamo fieri di essere riusciti a rispettare lo spirito del basket da strada chiedendo alle squadre di auto-arbitrarsi senza problemi”, dice Matteo Mantica, uno dei responsabili dell’organizzazione dell’evento. “È stato un ottimo debutto, con tanta partecipazione sia di giocatori che di pubblico: soprattutto le sfide fra le squadre di basket femminile hanno destato curiosità e sono state seguitissime”.

Questi tornei all’aperto sono molto accessibili anche a un pubblico di non addetti, mentre spesso quelli organizzati in palestre restano confinati fra chi è già appassionato”, conferma il Gallo, che all’ombra del canestro è diventato grande. Quest’anno ad agosto compirà trent’anni e, pur schernendosi quando glielo ricordiamo – “Solo questione di anagrafe, mentalmente ne sento ancora 18”, ci dice –  è ben consapevole della funzione educativa di questo sport, tanto da aver fondato un campus per bambini e adolescenti che si tiene tutti gli anni a Jesolo.

Il basket è davvero una grande scuola: insegna l’importanza del gioco di squadra, dimostrando concretamente che per arrivare a un obiettivo hai sempre bisogno degli altri; fa sì che ci sia crescita, collaborazione, sacrificio; insegna a conoscersi, ascoltarsi e capirsi”.