Lo sport ha il potere di cambiare il mondo. Ha il potere di unire la gente. È più forte di qualsiasi governo nell’abbattere le discriminazioni e può creare speranza laddove prima c’era solo disperazione”. Con queste parole, pronunciate dopo la vittoria del Sudafrica ai mondiali di rugby del 1995, Nelson Mandela riconciliò un Paese diviso.

Il neopresidente non era uno sportivo: 27 anni di prigionia gli avevano tolto la possibilità di essere atleta e anche tifoso. Ma era un osservatore attento dell’animo umano. Dopo la fine dell’apartheid e la sua elezione, cercava un’occasione simbolica per sancire il crollo delle barriere che per anni avevano lacerato la sua terra. E scelse di farlo attraverso lo sport. Così, alla finale contro gli All Blacks neozelandesi, si presentò in tribuna con la maglia verde e oro degli Springboks, fino allora considerati un simbolo dell’élite bianca. E dopo la vittoria, festeggiò insieme al capitano oriundo Francois Pienaar. Quel gesto aiutò il Sudafrica a voltare pagina, battezzando la nascita di una nuova comunità più aperta e multiculturale.

Da allora sono passati più di 20 anni ma il valore dello sport come elemento universale d’inclusione non è cambiato. Come dimostra l’esperienza di alcune associazioni che operano a Napoli, in quartieri difficili come Scampia e San Giovanni a Teduccio. Qui il problema principale non è il razzismo ma il degrado del tessuto economico, sociale e culturale. A cui la Scuola Calcio Scampia, la Fondazione Famiglia di Maria e la SSD Europa cercano di porre rimedio attraverso attività sportive ed educative aperte ai minori della città.

Lo sport insegna a stare in un contesto e trasmette i valori importanti della vita senza bisogno di grandi lezioni teoriche, perché lo fa direttamente attraverso l’azione fisica”, sottolinea Mario Del Verme presidente di SSD Europa, società promossa dalla Fondazione Romano Guardini-Istituto Sacro Cuore.

Per dimostrare la capacità dello sport di parlare ai giovani, Del Verme racconta un episodio avvenuto nello spogliatoio della sua squadra di calcio. Regola non scritta dell’associazione è che tutti devono giocare, indipendentemente dalla bravura dimostrata in campo. E mentre alcuni genitori si lamentano perché il turnover può andare a scapito dei risultati della squadra, i giovani giocatori lo prendono semplicemente come un dato di fatto.

Considerano normale che i più bravi contribuiscano a sostenere i meno bravi”.

In virtù del legame profondo che lega Coca-Cola al territorio della Campania, dove è nata Fanta negli anni Cinquanta e dove oggi sorge il più grande stabilimento d’imbottigliamento dell’Italia meridionale, l’azienda ha scelto di essere vicina a queste tre associazioni che lavorano sull’inclusione organizzando un torneo di calcio balilla alla presenza di un’icona dello sport mondiale: la vera Coppa del Mondo FIFATM, portata qui nell’ambito del FIFA World CupTM Trophy Tour by Coca-Cola.

Promuovere l’inclusione significa offrire bellezza e pari opportunità a tutti”, dice Anna Riccardi, presidente di Fondazione Famiglia di Maria che, oltre a laboratori sportivi, organizza corsi di fotografia, danza e cucina per i giovani di San Giovanni a Teduccio. “Portare la Coppa del Mondo in quartieri con fragilità economiche e culturali ha senso perché qui le cose sono più complesse, ma sono anche più apprezzate. Seminare valori come l’onestà, il rispetto degli altri e Ia solidarietà in questi quartieri porta raccolti positivi per l’intera città”.

Certo, vedere dal vivo il trofeo di un torneo da cui quest’anno l’Italia è esclusa potrebbe suscitare sentimenti ambivalenti. Ma lo sport è anche questo: fair play e capacità di accettare le sconfitte. E Coca-Cola ha scelto di celebrare questi valori portando un simbolo dello sport globale proprio presso le associazioni che lavorano alla promozione di questi principi.

Attraverso il calcio, insegniamo ai ragazzi che hanno anche il diritto a non essere campioni”, sottolinea Antonio Piccolo, uno dei fondatori della scuola di Scampia, attiva dal 1986. “Nella società di oggi, così concentrata sull’individualismo e la realizzazione delle ambizioni personali, saper accettare le sconfitte è fondamentale” aggiunge, prima di ricordare un episodio che gli ha dato una particolare soddisfazione. Di recente, un ex allievo della scuola è tonato per iscrivere il figlio. “Mi ha confessato che non ricordava neanche se vinceva o perdeva ai tempi in cui giocava. Era solo certo di essere stato bene”.

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Cristina Broch – Public Affairs and Communication Director @Coca-Cola Italia.


Cristina coordina la funzione che si occupa di gestire le relazioni con i pubblici esterni ed interni di Coca-Cola, implementando piani di comunicazione e relazioni istituzionali volti a proteggere e accrescere la reputazione dell’azienda in Italia.